I sentieri di un rabdomante
Percorso N°. 3
 

" MI FARO' UNA CASA NEL VENTO "

Parto da questo titolo di una mia poesia per parlare di un argomento
che mi appassiona: qual'è il mio senso della casa visto attraverso le
mie poesie. L'idea mi è nata leggendo il libro di Gaston Bachelard che
parla della "Poetica dello spazio". In esso c'è un capitolo specifico
sulla casa. Alcuni concetti colti qua e la  hanno stimolato questa mia
curiosità. Faccio alcuni riferimenti.  La casa fornisce un riparo e  uno
stimolo al proprio bisogno di sognare. Essa protegge il sognatore, gli
permette di sognare in pace. Chiuso nella sua solitudine, l'essere, in
preda a passione, prepara le sue esplosioni o i suoi exploit.
Nella casa l'inconscio è alloggiato bene. Esso è alloggiato nello
spazio della sua felicità. La casa che più spesso appare nei sogni
della notte è la casa originaria, potremmo dedurre che la casa
originaria è per i sogni non solo tecnicamente la prima, ma anche
quella " definitiva ". Essa deve conservare la sua penombra, ed è da
questa penombra che nasce tutto ciò che ad essa si riferisce.
Potremmo dedurne anche che la casa è qualcosa fuori dal tempo, che
ha particolarmente molto a che fare con l'intimità e pertanto con la
poesia che più delle altre forme letterarie la esprime.
Bachelard ad un certo punto del suo libro  riporta anche alcuni testi di
René Cazelles: "Quando cesserò di cercare l'introvabile casa in cui
respira il fior di lava, in cui nascono le tempeste, l'estenuante
felicità?...  La mia casa la vorrei simile a quella del vento marino, tutta
palpitante di gabbiani..." In tal modo una immensa casa cosmica si
trova in potenza in ogni sogno di casa. Da ogni suo angolo si irradiano
i venti, dalle sue finestre volano via i gabbiani. E' così che il poeta
porta l'universo ad abitare nella sua casa e la sua casa ad abitare
nell'universo.
Riporto ora la poesia che è nata da un verso di una canzone di Bob
Dylan e che ho usato anche come titolo di questo articolo. Essa dice:

mi farò    una casa nel vento       giocherò    con le nubi
mi poserò    sul vecchio baobab       mi confonderò    con la sabbia del
deserto     fischierò    tra le rocce    canzoni d'amore     e... finalmente
stanco     adagiato sulle onde       mi lascerò cullare      dolcemente.

E' questa poesia infatti che, collegata con quanto letto nel libro, ha
fatto scattare la molla che mi ha portato a frugare nella mia vita e nelle
mie poesie.
A questo punto mi sembra sicuramente utile un po' di storia sulle case
da me abitate nel corso della mia vita.
Sono nato a Bagolino, un paese di montagna a 700 m. d'altezza in una
casa " dal piccolo poggiolo " e qui ho vissuto i primi due anni della mia
vita. La casa, costruita all'orlo inferiore del paese, si protende, sola e
senza ostacoli , sulla valle. In una mia recente poesia così la presento:
 
sotto la gronda   dell'ultima casa   protesa sulla valle
sta il mio rifugio...  piccola stanza     nido di rondini
tornate alla culla    del primo pigolare.

A tre anni scendo a Brescia e vado ad abitare in una casa del centro
chiusa in mezzo ad altre case, con un cortile piccolo e buio cintato da
alte muraglie. Il ricordo di questa casa è un passero da nido che
muore soffocato perchè si è infilato nello scarico della piccola
fontanella che c'era nel cortile. A otto anni trasloco in una casetta, a
Porta Venezia, che ha, fra le altre, una finestrella, chiusa da una
inferriata, che da su un grande parco privato. Aggrappato alle sbarre di
questa finestrella, credo di aver passato parecchio tempo, a scrutare,
fantasticare e sognare, ad occhi chiusi e aperti, i misteri di questo
immenso giardino, fatto di tenebre, ombre, e  sole.
Verso i miei quattordici anni, costruiamo una casa in un appezzamento
di terreno che si trova dal lato opposto del parco. Sul retro della casa
c'è un piccolo prato e un muro alto tre metri ci divide da questo
immenso giardino popolato da alberi secolari che dominano dall'alto il
panorama della pianura fino alla catena appenninica. Una pianta di
pino, che vive accanto al muro, lo supera con i suoi rami e diventa il
luogo dei miei sogni. Su questa pianta, ad una altezza di sette od otto
metri dal suolo, costruisco una minuscola casettina in legno,
teoricamente non per me, ma per gli uccelletti, i ghiri e gli scoiattoli.
Qualche ricordino che trovo di tanto in tanto mi da la conferma che
qualcosa di misterioso è avvenuto sulla pianta, durante la mia
assenza. Quando sono appollaiato sui rami, qualche uccellino viene a
farmi visita e si sofferma a guardarmi con prudente curiosità. E' facile
che avvenga qualche sommesso scambio di versi, non solo poetici,
tra me e questi simpatici visitatori. Da questa pianta, osservatorio,
bivacco e punto di partenza, inizio, di tanto in tanto, le mie scorribande
segrete nel parco. E' in questo periodo che organizzo l'acquisto di un
cedro del Libano da piantare nel giardino davanti a casa. Anche lui
avrà la sua storia e a suo tempo la sua poesia.
A venticinque anni mi sposo e lascio la casa paterna per tornarvi,
dopo sei traslochi e con qualche figlio in più, quando la pace eterna ha
steso il suo manto su di essa. Cominciamo ora ad andare
pazientemente in cerca di poesie che parlino della casa o che
facciano pensare ad essa. Blanchard direbbe: "Una simile casa è una
sorta di casa leggera che si sposta al soffiare del tempo ed è
veramente aperta al vento di un altro tempo".
Provo ad usare un criterio storico cercando di incontrare le poesie
man mano nascono. La prima che mi sembra parli di casa si intitola
''l'uccellino e il vento del Nord'' e risale al 1986, l'anno nel quale ho
cominciato a scrivere poesie. La prima di esse era nata come
declamazione spontanea il 14 Agosto di quell'anno. Al 22 Settembre
ero finito in ospedale per una brutta peritonite e, a operazione e
degenza superate, dopo alcuni giorni che ero tornato a casa, la penna
mi regala questa poesia quasi filastrocca che al momento della
stesura non so proprio da dove nasca e perchè. Essa dice:

sono un uccellino    dal becco spalancato
vivo di vento    il vento del Nord
mi nutre di odori    di muschi e licheni
di fiabe di boschi    di gnomi    e folletti
di buio di notti     che incombono sempre
di color di tramonti     che non muoiono mai
vento    soffia più forte     che io possa venire da te
e scoprire il tuo nido.

Mi sembra che in questi versi  io sia l'uccellino da nido, rinato dopo la
peritonite, che cerca alimento, vita e poesia e che cerca la sua casa,
che è anche quella del vento e  della poesia.
Passiamo ora alla seconda poesia, essa si intitola ''La cisterna di San
Gervasio''.
A Bagolino, davanti al paese si innalza una montagna e ad una certa
altezza si vede una piccola chiesetta dedicata a San Gervasio.
Accanto a questa chiesetta viveva un eremita che aveva la funzione di
verificare che il paese non andasse a fuoco. La chiesetta aveva una
campanella i cui rintocchi avrebbero significato allarme incendio. Ogni
sabato egli scendeva in paese a raccogliere l'obolo dei paesani.
Accanto a questa chiesetta, nella casa dell'eremita, c'era una cisterna.
A Bagolino era consuetudine raccontare ai bambini che essi, prima di
venire al mondo erano alloggiati nella cisterna della chiesa di San
Gervasio e che la i genitori li andavano a prendere dall'eremita.
Su questa cisterna un giorno nasce questa poesia:

nella grande cisterna     un piccolo essere     nuotava tranquillo
in un giorno di sole    a botola aperta
i suoi occhi spaziarono sulla valle
grandi prati     boschi a perdita d'occhio    cime innevate di fresco    un
paese     una casa     un piccolo poggiolo
un desiderio d'amore    realizzò il mio sogno
e io mi trovai     nel grembo di mia madre
in una casa dal piccolo poggiolo.

Mi potrei domandare a questo punto quale possa essere la casa
originaria: la cisterna, il grembo di mia madre o la casa dal piccolo
poggiolo? O la mia casa è forse il mondo. Nell'anno successivo, il
1987, una poesia me lo potrebbe far pensare. Essa si intitola '' Il
vagabondo " e dice:

acqua e vento negli occhi      sole nell'anima
giro il mondo      cercando me stesso
l'altro...   l'altra...    mi sorridono      agli angoli      delle strade.

Sempre nello stesso anno nasce la poesia che ho citato all'inizio
dell'articolo: ''Mi farò una casa nel vento''. In questa poesia c'è tutto
l'universo che si esprime e nel quale mi confondo. E' forse questa la
mia casa, assaporata guardando il parco dall'alto del mio pino? Una
casa nel vento, le nubi con cui giocare, un vecchio baobab da
sostituire al pino, la sabbia del deserto nella quale e con la quale
confondersi, le rocce fra le quali essere vento e fischiare canzoni
d'amore e infine le onde dell'oceano dalle quali lasciarmi cullare,
"ninna nanna d'amore ".
Un giorno, leggendo poesie, incontro Paul Eluard e da lui mi faccio
prestare un verso per fare una poesia da dedicare a Marisa, la donna
amata.
L'ho incontrata nei sogni. E' un dono dell'inconscio. Un mattino mi
sono svegliato con una sensazione precisa, quella di aver visto il volto
della donna che avrebbe condiviso con me il bene e il male,  le gioie e
le sofferenze della vita. Quel giorno la incontrai veramente, e dopo
quarantacinque anni lei è ancora la mia donna d'amore.
Il titolo di questa poesia è: "Avrò notizie di te se penetro nel sole".

avrò notizie di te    se penetro nel sole
nel magma dei vulcani    coglierò il tuo colore
ti cercherò    nel fondo degli abissi
nel mormorio del vento    ti ascolterò
adagiati sulla luna    ci parleremo
ci culleremo    nell'occhio del ciclone
perchè     nel mondo dei miei sogni     ti ho incontrata

E' questa la mia casa, o questa è la nostra casa; è una casa di sogno
o è la casa dei nostri sogni? Risposta non c'è, o forse chissà, perduta
nel vento sarà.
In una successiva poesia, che si intitola  "Vento di notte", la casa è
vento che si agita ululando nella realtà e nei sogni.

un buio vento    s'inventa     ululando     il cammino
le piante del giardino    si torcono    gemono    stridono
chi ha incontrato lo sguardo    del vento della notte.

Anche la pioggia fa parte della casa e viene ad abitarvi e a far l'amore.
Il titolo della poesia è "Gocce sul mio vetro". Essa dice:

cade   la prima goccia    sul mio vetro
attente    le altre    si fanno strada
ora impazzite    corrono    si sfiorano    si accarezzano    si amano
piccole gocce    sul mio vetro

Anche la grandine visita la casa e la casa sente sul suo corpo la visita
della grandine e si fa grandine con lei. Il titolo della poesia è  "Bianca
grandine nella notte":

grossi chicchi   di grandine bianca    squarciano il buio    della notte
silente
testimone bendato    vedo immagini    scandire la  lotta    del bianco e
del nero
ora    fuori    nel buio
bianca     una coltre di morte    ha vinto le tenebre buie

Nella poesia "Oggi" ritorna il vento a vivere e a far vivere la casa.
 
oggi    il vento     immane gigante buono
accarezza     dolcemente     le grandi     piante del giardino
e sfiora     furtivo     i fili d'erba     del prato.

Anche i sogni abitano ( con il vento, la grandine e l'acqua ) la casa dei
miei sogni.
Il titolo della poesia è

"Nella notte un sogno è sceso a danzare".

è sceso un sogno    corre tra i pensieri
fra i pori    della mia pelle    accarezzando le rughe
piano sorride    per non svegliarmi
dentro    nell'anima    scatena tempeste
che domani    forse    non saprò riconoscere
nella notte    un sogno    è sceso    a danzare con me.

Nella poesia  "Questa notte" l'universo continua a intridere di sè     la
casa e i sogni:

questa notte     ho accarezzato l'aria
e la brezza     mi ha baciato
preso per mano     da un refolo selvaggio
ho vagato    sulla terra
 
con una folata    di vento impetuoso
ho amoreggiato    nell'occhio di un ciclone.

Questa volta siamo a Bagolino. La luna, stanca del suo peregrinare,
entra nella mia e  nostra stanza per far nascere una poesia dal titolo

"Una bianca mano"

nella nera    notte    profonda
un raggio di luna     fruga     la stanza     il corpo    i pensieri     i sogni
una bianca mano    dona    e chiede carezze
dammi    oh notte    della luna    i colori
che tu sola vedi     e io     non ancora     conosco

Penso che su questa poesia ogni commento guasterebbe.
L'atmosfera parla da sola.
Ecco ora un sogno che tenta di farmi capire dove è la mia casa e
quale ne è l'estensione. Il titolo è '' L'altra faccia della terra ''.

scoperchiata     la scorza     della terra
affacciato    alla magica sfera          come in un planetario
guardo il mondo      che palpita nell'altro emisfero
vivo di immenso.

Anche di questa poesia mi sembra chiaro il significato.
Siamo nuovamente nel giardino di casa e questa volta i protagonisti
sono il vento, "immane gigante crudele", e il cedro da me adolescente
piantato.
Sono in vacanze a Bagolino e su Brescia si abbatte un nubifragio,
forse il vento mi vuole punire per la mia assenza oppure è venuto a
trovarmi ma non ha calcolato la sua potenza e così ha reciso la cima di
un cedro del Libano e spiaccicato sull'asfalto la macchina di mia figlia.
Il resto ve lo racconta la poesia
 
"Il cedro del mio giardino"

questa notte    il vento    immane gigante crudele
ha divelto la cima del cedro    con me adolescente

acrobata    un boscaiolo
monumento     ne ha fatto     alla natura crudele
un ramo    verde    è rimasto
per chi     solitario     vi costruirà    il suo nido.

Anche qui penso che ogni commento potrebbe risultare sprecato.
A questo punto partecipo una poesia che si riferisce alla vera  "casa
natia". Quella della quale fino ad ora ho parlato come se fosse tale è
"il piccolo nido" che è stato ricavato in due stanze che si trovano
immediatamente sotto l'altro "piccolo poggiolo", quello storico.
 
stranito    mi aggiro    tra le stanze vuote    della casa natia
abbandonata    come una vecchia ciabatta
aspetta    che qualcuno    la ami    e faccia sua
nell'angolo    d'una stanza    piccolo    un lettino
dimenticato    attende

chiudo gli occhi    e sorgono    i sogni    della mia infanzia
malinconico    lascio    la mia casa
e...  colmo di ricordi     contento     mi segue     il lettino.

Questa poesia mi sembra indubbiamente molto significativa. Con
questa operazione di costruzione, sotto le ali della "casa natia
originaria", di una nuova "casa natia" e con l'appropriazione simbolica
del mio lettino, colmo di ricordo ma contento, inizia una nuova vita, la
"mia vita".
Passo così a partecipare l'ultima poesia. Essa ha per titolo: "I lampioni
della mia strada" e dice:

camminando    trasognato     percorro     la mia strada
dietro a me si perde     come ombra evanescente    il mio passato
davanti a me    nata dalla luce    la mia ombra     mi precede
e raggiunge    la sua casa.

Questa poesia è certamente carica di significati consci e inconsci e
pertanto difficilmente spiegabile. La prima intuizione che mi sembra di
poter cogliere è che camminando trasognato tra le ombre del
passato, del presente e del futuro, vado anch'io verso casa sotto la
luce dei lampioni della mia strada seguendo la mia ombra che sembra
ne rivendichi una priorità di appartenenza. Anche lei sa, come dice
Gaston Bachelard, che nella casa l'inconscio è alloggiato bene, è
nello spazio della sua felicità. Ci sono poi degli altri aspetti e
particolarmente quello di essere proteso verso l'altra faccia della terra
e l'universo intero. Esso inoltre, con tutti gli elementi che lo
compongono, è presente nello "spazio casa" e questo emerge
largamente dal contesto delle poesie presentate. Penso perciò di
poter anch'io tranquillamente chiedermi con Cazelles: quando cesserò
di cercare l'estenuante felicità nell'introvabile casa, in cui respira il fior
di lava, in cui nascono le tempeste?...

N. B. Le poesie sono tratte dai libri: "Poesie nate d'estate", "Poesie
portate dal vento", "Aquiloni", "Foglie sparse", "Frammenti", "Gocce di
rugiada","Punti bianchi", "Amore in poesie".
Il libro di Gaston Bachelard si intitola "La poetica dello spazio"
"Edizioni Dedalo"
 

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