I SENTIERI DI UN RABDOMANTE
Percorso N°1
LIBERTA' NATA DALLA SCHIAVITU' NELLA NOTTE DEI TEMPI
LIBERTAD NACIDA DE LA ESCLAVITUD EN LA NOCHE
DE LOS TIEMPOS
Edizione italiana
y Versión Española
Prefazione
SENTIERI
sentieri nella foresta
tagliati a colpi di machete
sentieri
da laboriose formiche
in un arido prato tracciati
sentieri di follia
disegnati dalla paura
in una piazza gremita di folla
sentieri di sole
nei vicoli di una città scolpiti
sentieri d'ombra
pennellati sui muri d'una casa
sentieri
incisi sul volto d'un uomo vissuto
sentieri
graffiati dai sogni
nelle oscure latebre dell'inconscio
sentieri...
sentieri... sentieri...
LIBERTA' NATA DALLA SCHIAVITU' NELLA NOTTE DEI TEMPI
Terenzio Formenti
Da una conversazione con Juan Baladán Gadea
E' questo il primo verso di una mia poesia intitolata
" Libertà " e
questo è anche il tema sul quale Juan e io ci
siamo trovati per un
incontro nel quale confrontare le nostre esperienze di
vita e di
poesia. Chi è Juan? E' un poeta uruguayano, chitarrista
e
compositore nato in Uruguay, dove, durante la dittatura
ha passato
13 anni in prigione per motivi politici e che ora vive
a Brescia con la
famiglia. Tra noi si è creata una forte amicizia
nata nel 1987 attorno alla comune esperienza poetica, che per lui ha il
significato di una
lunga storia e per me il sapore di una recente scoperta.
Il luogo dove avviene l'incontro è il suo
studio, siamo
comodamente seduti sotto l'occhio attento e indulgente
di una
videocamera fissa. E' presente anche il cane di Juan,
un volpino di
nome Toby, del quale io godo le simpatie, che se ne sta
accoccolato devotamente ai miei piedi, appoggiando il
suo corpo
sulle mie scarpe. Solitamente riposa tranquillo e si
addormenta,
talvolta sogna e sommessamente guaisce e abbaia, talaltra
chiede
improvvisamente di uscire per abbaiare al mondo, e a
coloro che lo abitano, la sua presenza, la sua voglia di vivere e la sua
dichiarazione di libertà, così come la
vive lui, legato alle sue
dipendenze e ai suoi istinti. La sua partecipazione all'incontro
è
risultata comunque molto significativa, come rappresentante
di un
mondo animale, forse più animale del nostro, almeno
secondo il
nostro giudizio.
Ci incontriamo ciascuno con in mano un libro di
poesie: lui quello
dal titolo "Vado sognando strade" e io "Foglie sparse".
Inizio io con
la lettura della poesia alla quale ho più sopra
accennato. Essa dice:
LIBERTA'
libertà nata dalla schiavitù nella notte dei tempi
amo gli spazi infiniti le spiagge...
bianche a perdita d'occhio
i deserti senza fine confusi dalle
tempeste
amo le steppe battute dal vento
nella notte nera senza stelle
cerco un amore nel quale perdermi per ritrovarti
Inizia Juan che evidenzia tre spazi quasi definiti,
dai quali è
composta questa poesia. Il primo è la dichiarazione
sulla libertà, il
secondo è lo spazio centrale e il terzo è
quello di chiusura che inizia con - cerco un amore -.La prima parte è
un accenno allo sviluppo
dell'umanità e dell'uomo e alla dinamica del rapporto
tra schiavitù e
libertà. Ci si può porre l'eterna domanda
se sia nata prima l'una o
l'altra o se siano state messe in essere come una coppia
di forze in eterno equilibrio-squilibrio tra loro. Altra domanda che ci
si può
porre è quale possa essere stata l'evoluzione
dall'animale all'uomo
e se l'istinto possa essere definito una schiavitù,
una dipendenza o
qualcosa che libera dalla dipendenza. Per inciso direi
che la mia
impressione è che l'uomo dopo essersi liberato
in parte dall'istinto
cerchi degli automatismi che lo compensino.
Juan in riferimento alla parte centrale della
poesia ricorda immagini di libertà che si riferiscono all'Uruguay
, per esempio: la notte con le sue stelle sospese nel buio del cielo, e
qualcosa che si intravede al di là, evidenziato dalla luminosità
delle nebulose. Ricorda ancora il "profondo infinito" di spiagge
immense che si perdono nelle dune.
La terza parte è vista da lui come qualcosa
di abbastanza distinto: la dimensione dell'amore come sovrapposizione di
spazi di libertà
che si cercano, che si trovano, che si perdono, che si
annullano e
nei quali si può perdersi o trovarsi vivendo
le due dimensioni come
liberanti o come riduttive.
Provo ora, in base a quanto ho detto allora e
a quanto sento in
questo momento, a vedere che cosa questa poesia può
dire a me
attraverso i suoi versi. Essa è fondamentalmente
una poesia
sull'amore come realtà liberante da una
schiavitù derivante dalla
difficoltà di amare. Parte probabilmente da un'ipotesi
di base che
libertà e schiavitù siano una coppia di
forze interdipendenti. La
libertà sarebbe pertanto una buona gestione della
dipendenza che
dall'interno e dall'esterno di noi è limite
e stimolo alla nostra
realizzazione. Perciò nella poesia, fatta una
provocatoria
dichiarazione iniziale, nella quale metto la schiavitù
come origine
della libertà, parto con alcune immagini che hanno
dato e danno a
me il senso di ciò che amo perchè fonte
di una immensa carica di
libertà e liberazione, di un'ebbrezza d'amore.
Qui si impongono tre
ricordi di viaggi: le bianche spiagge di Cuba, il deserto
del Sahara e le steppe della Lapponia. Credo che per me ciò che
potrebbe
generare forza e senso di onnipotenza siano le stesse
cose che
potrebbero generare paura, panico e disperazione: l'immensità,
perciò la perdita del senso del limite, una bianchezza
accecante, la
confusione di un deserto nel quale tutto è uguale
e allo stesso
tempo diverso (ogni granello di sabbia è tremendamente
uguale e
diverso dal suo vicino, e ogni duna cambia ogni giorno
luogo e
dimensione, ma il paesaggio sembra sempre immutato ),
e della
steppa dove ci si può trovare in una situazione
analoga, soprattutto
se la steppa è innevata e battuta dal vento in
una notte nera senza
stelle. Mi sembra significativo che pur condividendo
in un'altra
poesia le sensazioni di Juan sulle notti d'Uruguay, in
questa poesia
sia presente una notte nera senza stelle. La chiusura
della poesia è l'assurdo-logica conclusione di quanto detto
prima. Cerco un
amore nel quale perdermi per incontrarti. Incontrare
l'amore, te-
amore come donna amata, o la libertà come armonia-brivido
tra
schiavitù e libertà? Non saprei dare una
risposta, forse è tutto
questo ed altro ancora.
Juan parla poi di libertà come ricchezza
individuale e del suo
rapporto con la disponibilità agli altri e degli
altri, del rapporto tra
individualità, individualismo, comunità,
socialità e società. (altra
contraddizione da vivere, altra tigre da cavalcare).
L'uomo può
sentirsi libero quando si sente sufficientemente in equilibrio
tra
l'individuale e il sociale. Nell'amore c'è da
gestire il proprio bisogno
di appropriazione e il bisogno dell'altro di appropriarsi
di noi e si
chiede all'altro che faccia altrettanto. Non si tratta
solo di trovare una via di mezzo fra le due tensioni ma di ricercare un
equilibrio
dinamico che faccia provare una sensazione sostanziale
di libertà.
In questo modo essa forse non sarà mai totale,
ma diventa
totalizzante. L'uomo è arrivato alla capacità
di capire se stesso, gli
altri e il mondo nel quale vive, per lui si tratta di
scegliere fra le varie pulsioni, tensioni e istinti, non è un Toby
che ha già dentro di sè un meccanismo di automaticità.
Nella capacità di consapevolezza, nella sua possibilità di
sentire più impulsi e di poter scegliere fra loro egli può
conquistarsi uno spazio attraverso la creatività. Si pensa che in
carcere non ci possa essere spazio di libertà, ma la creatività
può dare spazi, anche ampi, almeno nelle piccole cose che però
possono avere grande importanza. Juan parla di aver creato in carcere una
composizione musicale, una " milonga ", e che essa è entrata a far
parte di un concerto, essa è un segno, un simbolo, un'espressione
di libertà. Parla poi di una poesia composta nella cella di isolamento
N°. 6 nella quale era stato messo per punizione. In questa cella il
sole arrivava solo a
mezzogiorno, ma anche li ha potuto trovare la capacità
di comporre a mente e di memorizzare questa poesia che ogni giorno
poi
ripeteva per il timore di dimenticarla. Il titolo
é: IL TUO NOME
Il tuo nome é brezza polline
di primavera fruscio di foglie
nel bosco.
Il tuo nome é canto voci della
lontananza corda della mia
chitarra.
Il tuo nome é vita speranza trasformata in giochi di bambini.
Il tuo nome porta la tenerezza
del tempo condiviso che scava
in ciò che amiamo.
-Questa poesia-, dice Juan, - è dedicata
alla mia donna e
attraverso lei alla donna in senso pieno e lato-. Egli
sottolinea la
presenza delle parole " polline di primavera " nel senso
di simbolo
della libertà e della fecondità della libertà.
Provo ora a dire qualcosa da me detto in quell'occasione
e che mi
nasce dentro in questo momento. Mi ha affascinato questa
poesia
di amore definito per una persona e universale nella
sua essenza
ed essenzialità che si esprime nell'oscurità
di una cella di
isolamento e che non ha nemmeno bisogno del materiale
per
essere concretizzata nero su bianco, ma che nasce e resta
a
vagare nella mente di Juan per tanto tempo prima di essere
scritta
su carta ed arrivare alla persona alla quale era destinata.
Credo che abbia un significato particolare il fatto che fosse un messaggio
di amore. Mi piace anche molto questa significatività dello spazio
della mente in rapporto allo spazio concreto ma limitato di un foglio di
carta. Mi ha inoltre affascinato la frase di Juan - la ripetevo ogni
giorno per non dimenticarla-. Si dice che la ripetitività
sia la fossa
della creatività. In questo caso è un mezzo,
un veicolo perchè viva,
germini e diventi feconda per sè e per gli altri.
La creatività supera i limiti tecnici del pensiero e dell'azione
fisica per assumere poteri
imprevedibili ed entrare in una dimensione che trascende
l'umano
senza negarlo.
Riguardo a ciò che mi nasce dentro in questo
momento direi che
questa è una poesia di nascita e di nominazione.
Juan con questa
poesia mette in essere e da un nome e più nomi
alla donna, alla
sua donna. Egli da fisicità: " " brezza "; fecondità:
" polline di
primavera "; sonorità, musicalità, ritmo,
vibrazione: " fruscio del
bosco, canto e corda della mia chitarra "; perennità:
l'eterno
trasformarsi dell'eterno " bambino " che è in
ognuno di noi e che si
esprime se lo coltiviamo e diamo spazio alla creatività
potenziale
che è in lui. Quello che forse mi affascina di
più e mi commuove
anche in questo momento nel quale sto scrivendo queste
parole è "
la tenerezza del tempo condiviso, che rende più
profondo ciò che
amiamo ": ciò che uno ama di sè e in sè,
e la capacità che ognuno
di noi ha di rendere l'altro capace di amore e di amare
.
Alla proposta di Juan di leggere un'altra delle
mie poesie,
rispondo con :
TI LASCERO' UN AQUILONE
quando me ne andrò ti
lascerò un aquilone
un aquilone che freme nel vento
legato perché libero
libero perché tu
ne tieni la fune
ti lascerò un aquilone
sarà la mia ultima poesia
forse per te
non sarà la prima
Credo che l'aquilone sia per me il simbolo più
completo anche se
solo tecnico della coppia di forze libertà-dipendenza.
Molte
persone pensano che la corda che tiene l'aquilone gli
impedisca di
volare dove vuole o dove il vento lo porterebbe. La realtà
è che
l'aquilone gioca con il vento e il vento gioca con lui
proprio perchè è
legato a una fune. Liberato dalla fune precipiterebbe
rovinosamente al suolo perchè è la coppia di forze vento-fune
che gli permette di
librarsi e pertanto di vivere come aquilone e di giocare
come tale.
E' interessante in questa poesia il verso "perchè
tu ne tieni la
fune". In questa poesia di addio, di separazione più
o meno
permanente, più o meno temporanea, chi è
quel tu. E' l'altro o
siamo noi? Credo che ci possa essere la doppia interpretazione.
Ciascuno per giocare con il vento della vita deve essere
capace di
affidarsi a lui ma anche di tenere in mano la propria
corda, e questa è proprio la vera libertà che nasce dall'
accettazione di un certo o di certi tipi di dipendenza. Ma si potrebbe
anche dire che anche la
dipendenza nel confronto degli altri è spesso
necessaria per
rimanere in volo. Chi ha una fiducia spropositata in
se stesso e solo in se stesso non è una persona libera perchè
il suo comportamento può mancare di obbiettività sia per
limiti che per ignoranza. Qui il
discorso con Juan si fa conversazione e gli interventi
si
susseguono rapidi. Si parla anche del problema che in
certe lingue
come per esempio lo spagnolo non esiste il verbo librarsi
e
tecnicamente succede che quando Juan trova in una
mia poesia
questo verbo, sono guai per la traduzione. Giochiamo
perciò sulle
parole liberarsi, librarsi e fremere nel vento. Forse
la vera libertà
sta proprio nel librarsi fremente dell'aquilone fra libertà
distruttiva e
dipendenza utile e talvolta necessaria e costruttiva.
Pertanto si può parlare di coppia di forze
talvolta complici, talaltra
contraddittorie e al limite capaci di darsi cortese battaglia,
per
cercare e inventarsi, spazi di vita e di gioco. A Juan
il "perchè tu"
genera una sensazione di condivisione, anche l'io e il
tu sono una
coppia di forze. Prova difficoltà emotiva ad accettare
il verso
"legato perchè libero", lo sente provocatorio.
Dopo la poesia dell'aquilone ne faccio seguire
subito un'altra con
aspetti complementari :
UNA GIALLA FOGLIA D'AUTUNNO
legata a una bava di ragno
una gialla foglia d'autunno
si libra nel cielo prigioniera felice
portata da un filo di vento
sotto giacciono sul prato
le compagne tristi
e due piccoli fiori ridono nel sole
legato ad un filo di ragno
anch'io aquilone d'autunno
volo ancora felice
portato da una bava di vento
quando l'incanto si spezzerà
giacerò fra le foglie morte
e l'inverno mi coglierà
in un sonno che non ha primavera
In questa poesia si ripete parzialmente la dinamica
dell'aquilone in
un contesto e in un'atmosfera che sembra di magia. La
foglia
attaccata alla bava di ragno è l'aquilone che
gioca felice col vento.
Lei "libera perchè legata" gioca nel cielo, nel
vento e nel sole
"prigioniera felice" . "Sotto, giacciono sul prato le
compagne tristi"
che non hanno trovato una bava di ragno. I due piccoli
fiori che
ridono nel sole sono una coppia di pratoline che si godono
il sole, il
vento, il gioco della foglia gialla e il proprio amore.
Io avrei poco da aggiungere a quanto si vede,
si sente e si vive in
questa scena. Juan pone l'accento sulla capacità
di comunicare
che si affianca e impreziosisce la capacità di
creare. La
comunicazione è il vero spazio nel quale avviene
il gioco o il
dramma libertà-dipendenza, lo spazio nel quale
ciascuno crea se
stesso, crea gli altri e si lascia creare da loro; essa
è la vera sala
degli specchi e valle dell'eco.
Juan propone a questo punto una sua poesia intitolata:
UNA VOCE
Dalla mia finestra odo una corda vibrante
accesa di passione e
vita liberante luce e fuoco.
Un compagno canta...
E rotolano le note ad una ad una, ritmicamente
per perdersi lontane, soavemente nell'assolata
e solitaria pianura.
Compagno, quante cose, che le tue parole non
dicono mi parla il
tuo canto!
Juan comincia a parlare delle piccole cose che
vissute
creativamente hanno reso meno cupa e talvolta più
leggera la sua
prigionia. Poteva essere un ragnetto intento a costruire
la sua
ragnatela, o una mosca che entrava decisa o titubante
dalla
finestrella o una formichina che arrivava in avanscoperta
alla ricerca di cibo per sé e per le compagne. La cosa che, comunque,
più gli
é rimasta impressa, perchè é diventata
non solo un diversivo ma
anche una compagnia, è stato un passero che ha
cominciato a
venire a mangiare briciole sul davanzale, prima solo,
poi con la
compagna e poi i due coniugi, a tempo debito, sono venuti
a
presentargli tutta la nidiata. Ha scoperto quante cose
si possano
cogliere con l'udito: rumori amici e rumori ostili, fino
alle più piccole
vibrazioni dell'aria. Le comunicazioni più o meno
in codice con i
compagni delle altre celle. La brevità ma anche
l'intensità e lo
spazio esistenziale dell'ora d'aria, resa più
significativa dal fatto che di tanto in tanto veniva soppressa. La compagna
di cella più cara è
stata indubbiamente la sua chitarra e la privazione più
grande l'ha
provata quando per un anno gliel'hanno tolta per punizione.
Un
grande rifugio e un grande spazio creativo sono stati
i libri.
Fortunatamente il carcere era fornito di una ben nutrita
biblioteca.
Altro grande aiuto è stata la vena creativa del
comporre musica.
Ancora dal carcere è riuscito a far filtrare all'esterno
una sua
composizione: " La Sierra del Yerbal " che ha potuto
essere
presentata in prima assoluta in Olanda e scuotere l'opinione
pubblica in favore della sua liberazione.
Ma torniamo ad " Una voce ". E' una vibrazione
nuova quella che
un giorno Juan ode nell'aria , la voce di un compagno
che canta,
una voce accesa di passione e di vita, liberante
luce e fuoco. Un
compagno canta e le note della sua voce rotolano ad una
ad una
ritmicamente. Sembra di vederle queste note che lasciano
la
prigione in fila ad una ad una e si perdono lontane,
soavemente per l'anima di chi le ascolta, nella assolata e solitaria
pianura
dell'Uruguay e forse del mondo intero. E questa vibrazione,
fatta di
fuoco e di luce, giunta ai confini dell'universo ritorna
ai prigionieri
che da anni occupano queste celle ed essi non sono più
così soli.
Mi piace cogliere questa vibrazione come spazio
che interroga,
muove e scuote le schiavitù e come spazio nel
quale la libertà e la
dipendenza si incontrano, giocano e vivono la loro contraddizione.
Questa " voce " aveva condensato in quel momento per
Juan il
silenzio e il rumore dell'universo ed era diventata dialogo
e
partecipazione. Mi nasce dentro in questo momento una
considerazione in rapporto alla poesia come " spazio
felice ".
Anche la partecipazione poetica della sofferenza può
diventare uno
spazio felice perchè vissuta dall'altro come catarsi
e liberazione.
Juan, dopo aver immaginato il " paesaggio sonoro
" creato da
questa voce, fa alcune considerazioni riprendendo il
tema del
rapporto fra libertà interiore e libertà
e schiavitù proposte
dall'esterno e viceversa. In questo caso c'è una
corda che vibra
fuori che trova rispondenza dentro perchè anche
li c'è una corda
disposta a vibrare.
Dall'universo il discorso passa al tema libertà
nata dalla schiavitù
nella notte dei tempi in riferimento al rapporto del
bambino con la
madre (la notte dei tempi della vita del singolo ). Il
cucciolo
dell'uomo nasce immaturo e dipendente. Non è come
il piccolo
della giraffa che nasce " libero ", cade dall'alto già
sulle quattro
zampe o quasi e in pochi minuti, pur barcollando sa già
come
arrangiarsi a succhiare. Nella vita dell'uomo, nel rapporto
tra madre e figlio, é la madre che interpreta i bisogni del figlio,
nell'ipotesi
migliore, oppure è il figlio che deve adattarsi
a rispondere ai bisogni della madre o addirittura a diventarne " il bisogno
". Un'altra ipotesi, e questa è la più sana, il bambino ha
trovato una madre attenta che gli lascia , man mano cresce, la possibilità
di esprimere i suoi
bisogni e di sentirli rispettati, una madre che gli lascia
uno spazio di
manovra nel quale egli possa diventare gradualmente "persona
libera ", disponibile e capace di prendere delle decisioni
e di
assumerne le conseguenze e le responsabilità.
A questo punto mi viene in mente di proporre una
mia poesia che
riguarda il risveglio dopo l'anestesia. Anche questa
situazione è una specie di riesumazione e rievocazione della notte
dei tempi.
RISVEGLIO POST ANESTESIA
mi stai vegliando
e io attendo il mio risveglio
ti vedo già
ma i miei occhi sono chiusi e immobili
sono le
mie mani
mi parli e non ti sento ti parlo e non odo il suono della mia voce
stendo la mia mano
ma essa non giunge fino a te
mi offri qualcosa
ma invano tento di afferrarlo
vedo i tuoi occhi che mi guardano
ma sono ancora solo
gli occhi dell'anima
E' meraviglioso riconoscere i vari passaggi che
si susseguono in
una situazione di questo tipo. Si passa da una totale
confusione
interiore ad una confusione a due che serve per liberarsi
dalla
confusione interiore per poter poi apprendere a gestire
quella a
due. E' potente questa dinamica del liberarsi attraverso
l'aiuto
dell'altro, attraverso il confronto con l'altro come
specchio, e
attraverso l'eventuale scontro con l'altro, se necessario.
Ogni volta
che noi ci troviamo in una situazione di questo tipo
è come se noi
rivivessimo una nuova alba di liberazione. Nella poesia,
che mi
sembra non abbia bisogno di altri supporti esplicativi,
è affascinante
seguire i passaggi più o meno graduali di questo
crepuscolo della
vita. Dal bisogno di cercarsi a quello di trovarsi passando
attraverso il tunnel della confusione che significa accettare il rischio
di perdersi. E' il balbettio della libertà che si ripete ogni volta
che ci
viene chiesto di nascere a nuovo. Vorrei sottolineare
l'importanza
della presenza dell'altro in momenti di questo tipo,
di un altro che
sappia nella confusione che ci ha portato a questo punto
essere
luce che illumina e non che acceca.
Dopo aver percorso questo lungo e difficile cammino
Juan
propone una poesia da lui composta in omaggio a Benjamin
Moloise assassinato dall'allora governo razzista del
Sudafrica. Non
mi sembra un caso che il titolo sia:
ABBIAMO PERCORSO UN LUNGO CAMMINO
Abbiamo percorso un lungo cammino sognando,
seminando,
costruendo perchè fiorisca il
nuovo giorno, e più non ci siano
operai sfruttati, né donne prostituite;
bambini senza avvenire, né contadini affamati;
né desaparecidos né esiliati.
Perchè fiorisca il giorno in
cui la guerra, I'intolleranza, il razzismo, siano soltanto
frutto amaro e lontano.
Perchè fiorisca il giorno
in cui i nostri giovani leggeranno,
studieranno, analizzeranno
nei film, nei libri, nei video,
nella poesia, come fu il vecchio tempo;
come furono vinte
le forze della notte dell'angoscia
e il dolore.
Ma la meta
é ancora lontana...
Perchè l'ombra non esista, spariscano
i promotori della guerra,
del sottosviluppo, della dipendenza:
dobbiamo continuare a
lottare.
Affinché finisca finalmente e
per sempre l'incubo di un
olocausto atomico: dobbiamo continuare
a lottare.
Poichè vogliamo che giunga il
giorno, il tempo dell'amicizia
e
della gioia partecipata: dobbiamo continuare
a lottare.
Con questa poesia Juan propone l'apertura ad un
senso del
sociale più vasto e più diffuso, la necessità
di un nostro intervento
nel sociale per crearlo e ricrearlo e per bilanciare
l'intervento e il
peso che il sociale ha sul singolo. Juan sottolinea la
specificità del
sociale. L'individuo fa parte della società alla
quale appartiene e
pertanto deve anche partecipare alla gestione di essa.
Una società
può aiutare l'uomo a crearsi , a ri-crearsi, nel
senso di acquisire la
capacità di crearsi a nuovo ogni volta che ne
senta la necessità, e a
ricrearsi, nel senso di mettere a disposizione mezzi,
spazi e clima
per una gestione delle creatività che diminuisca
il dilagare di una
aggressività distruttiva e promuova una " aggressività
" creativa
sotto tutti i punti di vista. La libertà non è
solo un dono che più o
meno gratuitamente diamo o riceviamo, ma è anche
esigenza e
talvolta può essere necessario battersi per conquistarla.
Come
pure può accadere che si imponga la necessità
di rivedere quali
condizionamenti ci vengono proposti e quali imposti.
Pensiamo alla
schiavitù. Pensiamo alla politica di creazione
fittizia dei bisogni per
alimentare la spirale produzione consumo. Alla lotta
di potere
sempre in atto per ottenere o partecipare ad una egemonia
che sia la più estesa possibile e al bisogno di chi si presenta
come
servitore dei più bisognosi non per aiutarli ma
per sottometterli. Si
potrebbe ricordare anche il tema del condizionamento
della scienza e dell'arte e i condizionamenti che si possono attuare con
la messa
in essere mirata di una confusione generalizzata.
A questo punto ci accorgiamo che il tema si va
ampliando, che i
contorni si vanno sfumando, che la stanchezza va facendosi
sentire
e perciò dichiariamo chiusa la seduta. Toby a
nome di tutti esce nel cortile a dichiarare al mondo, abbaiando soddisfatto,
che ci
sentiamo " liberi " e che non vogliamo perdere la libertà
che ci
siamo pazientemente conquistata giorno dopo giorno.
Febbraio 1994
-------------------------------
Traducción Española
Juan Baladán Gadea
Terenzio Formenti nace en Bagolino y vive en Brescia.
Trabaja durante 25 años como farmacéutico. Luego pasa a la
psicología y a la psicoanálisis trabajando en el "Centro
Persona Pareja Grupos".
Sucesivamente descubre el psicodrama, que
él ama llamar "Teatro de los sueños" y nace en los últimos
diez años un encuentro con la poesía. Algunas de las expresiones
que él más ama son los libros "Aquiloni-Cometas", con la
traducción española de Juan Baladán Gadea, "Amor
en poesía" y "Bagolino en poesía". Su última iniciativa
como picoterapeuta-poeta se está
concretando con la intervención, en italiano,
español, francés, inglés y alemán, en "Internet"
bajo el titulo "Narración catártica", en la cual él
propone, a través del intercambio de poesías, fábulas,
cuentos, canciones y sueños, una comunicación que encuentre
en lo simbólico una fuente de enriquecimiento, realización
y descubrimiento de la armonía, alegría y
felicidad posible.
Juan Baladán Gadea: nació en Treinta y Tres
del Olimar, Uruguay, en 1942. Finalizados los estudios de música
siguió cursos de perfeccionamiento en composición con el
maestro José Rosell, ex violinista de la Orquesta de Pablo Casals.
Comenzó a escribir poesías
cuando era niño. Sus poesías han sido publicadas en revistas
literarias de Italia, Holanda, Suecia y Sud America. "Poesias de la carcel"
y
"Otras poesías" fueron publicadas en el volumen
"Voy Soñando Calles" - Edizioni Mondo Nuovo, Milano 1989.
Prisionero político desde 1971 a
1985, fué liberado por la ley de amnistia el 10.03.85. Durante su
encarcelamiento Juan recibió la solidaridad de personalidades y
artistas europeos, de Amnesty International y también fue adoptado
por AIDA.
Juan, guitarrista y compositor vive y trabaja en
Brescia, Italia, desde 1985.
Terenzio Formenti
LIBERTAD NACIDA DE LA ESCLAVITUD EN LA NOCHE
DE LOS TIEMPOS
SUMARIO
Este es el relato de una conversación entre el
poeta y compositor Juan Baladán Gadea, que ha pasado trece años
en prisión por motivos políticos
en las cárceles del Uruguay, y el poeta y psicodramatista
Terenzio Formenti,
acerca del tema de la relación entre libertad
y dependencia.
Este es el primer verso de una poesía mía
titulada "Libertad" y este es también el tema sobre el que Juan
y yo nos hemos encontrado para una reunión en la cual
confrontar nuestras experiencias de vida y de poesía.
¿Quien es Juan? Es un poeta uruguayo, guitarrista
y compositor nacido en Uruguay donde, durante la dictadura,
ha pasado 13 anos en prisión por motivos políticos
y que ahora vive en Brescia con la familia. Entre nosotros
se ha creado una fuerte amistad nacida en 1987 alrededor de la experiencia
poética común, que para el tiene el significado de
una larga historia y para mi el sabor de un descubrimiento reciente.
El lugar donde sucede el encuentro es en su estudio,
estamos
cómodamente sentados bajo el ojo atento e
indulgente de una cámara de video fija. Está presente
también el perro de Juan, un "volpino" de nombre Toby, del
cual yo gozo también las simpatías, que se
queda acurrucado devotamente a mis pies, apoyando su cuerpo sobre
mis zapatos. Por lo general reposa tranquilo y se adormece, a veces
sueña y levemente gime y
ladra, otras pide improvisamente salir para ladrarle
al mundo, y a aquellos que lo habitan, su presencia, sus ganas de
vivir y su declaración de libertad, así como la vive
él, ligado a sus dependencias y sus instintos. Su participación
en el encuentro ha resultado de todas maneras muy significativa,
como representante de un mundo animal, quizá más animal
que el nuestro, al menos según nuestra opinión.
Nos encontramos cada uno con un libro de
poesías en la mano: Juan con el titulado "Voy soñando
calles" y yo "Hojas esparcidas". Inicio yo con la
lectura de la poesía que mencioné
más arriba. Ella dice:
LIBERTAD
libertad
nacida de la esclavitud
en la noche de los tiempos
amo
los espacios
infinitos
las playas
soleadas
y blancas
que se pierden lejos
los desiertos sin fin
confundidos por las tormentas
amo
las estepas
batidas
por el viento
en una noche
oscura
sin estrellas
busco un amor
en el cual perderme
para encontrarte
Inicia Juan que evidencia tres espacios casi definidos
de los que se compone esta poesía. El primero es la
declaración sobre la libertad, el segundo es el espacio
central y el tercero es el de cierre que inicia con -busco
un amor-. La primera parte es una referencia al desarrollo
de la humanidad y del hombre y a la dinámica de la relación
entre esclavitud y libertad. Nos podemos hacer la pregunta
eterna si ha nacido primero una u otra o si hayan sido puestas
a ser como una pareja de fuerzas en eterno
equilibrio-desequilibrio entre ellas. Otra
pregunta que nos podemos hacer es cual puede haber sido la
evolución desde el animal hasta el hombre y si el instinto
puede ser definido una esclavitud, una dependencia o algo que
libera de la dependencia. Por añadidura diría
que mi impresión es que el
hombre, luego de haberse liberado en parte de
los instintos, busca automatismos que lo compensen.
Juan, en referencia a la parte central de la poesía,
recuerda imágenes de libertad que se refieren a Uruguay,
por ejemplo la noche con sus estrellas suspendidas en la oscuridad
del cielo y algo, que se entreve más allá, evidenciado
por la luminosidad de las nebulosas. Recuerda todavía
el "profundo infinito" de playas inmensas que se pierden en
las dunas.
La tercera parte es vista por él
como algo bastante distinto: la dimensión del amor como
superposición de espacios de libertad que se buscan,
que se encuentran, que se pierden, que se anulan y en los
cuales se puede perderse o encontrarse viviendo las dos dimensiones
como liberadoras o como reductivas.
Pruebo ahora, en base a cuanto he dicho entonces y a
cuanto siento en este momento, a ver que cosa puede decirme
esta poesía a través de sus versos. Ella es fundamentalmente
una poesía sobre el amor como realidad liberadora de
una esclavitud derivante de la dificultad de amar. Parte probablemente
de una hipótesis de base: que libertad y esclavitud
son una pareja de fuerzas interdependientes. La libertad sería,
por lo tanto, un buen
manejo de la dependencia que, desde el interno
y lo externo de nosotros es limite y estímulo a nuestra
realización. Por eso en la poesía, hecha
una provocatoria declaración inicial, en la cual pongo
a la esclavitud como origen de la libertad, parto con algunas
imágenes que han dado, y me han dado, el sentido de
lo que amo porque es la fuente de una carga inmensa de libertad
y liberación, de una embriaguez de amor. Son tres
recuerdos
de viajes: las blancas playas de Cuba, el
desierto del Sahara y las estepas de Laponia. Creo que
para mi lo que podría generar fuerza y sentido de omnipotencia
son las mismas cosas que podrían generar miedo, pánico
y desesperación: la inmensidad, por lo tanto la pérdida
del sentido del límite, una blancura enceguecedora,
la confusión de un desierto en el cual todo
es igual y, al mismo tiempo diverso (cada
granito de arena es
tremendamente igual y distinto de su vecino
y cada duna cambia, cada día, lugar y dimensión,
pero el paisaje parece siempre inmutado), y de la estepa adonde
nos podemos encontrar en una situación análoga,
sobre todo si la estepa esta nevada y golpeada por los vientos
en una noche negra sin estrellas. Me parece significativo
que, si bien compartiendo en otra poesía las sensaciones
de Juan sobre las noches de Uruguay, en esta poesía
esté presente una noche negra sin estrellas. La estrechez
de la poesía es la absurdo-lógica conclusión
de cuanto se dijo antes. Busco un amor en el cual perderme
para encontrarte. Encontrar el amor, tu-amor como mujer amada,
o libertad como armonia-escozor entre esclavitud y libertad?
No sabría dar una respuesta, quizá es todo esto
y otras cosas más aún.
Juan habla luego de libertad como riqueza
individual y de su relación con la disponibilidad a
los otros y de los otros, de la relación entre individualidad,
individualismo, comunidad, socialidad y sociedad (otra contradicción
a vivir, otro tigre para cabalgar). El hombre puede sentirse
libre cuando se siente suficientemente en equilibrio entre
lo individual y lo social. En el amor hay que manejar la propia
necesidad de apropiación y la necesidad del otro de
apropiarse de nosotros y se pide al otro que haga otro tanto.
No se trata solo de encontrar un punto intermedio entre las
dos tensiones sino de buscar un equilibrio dinámico
que haga experimentar una sensación sustancial de libertad.
De este modo ella quizá no sea totalizadora. El hombre ha
llegado a la capacidad de entender a si mismo, los otros y
el mundo en el que vive; para él se trata de elegir
entre varias pulsiones, tensiones e instintos; no es un Toby
que tiene dentro de si un mecanismo
de automaticidad. En la capacidad de ser conscientes,
en su posibilidad de sentir más impulsos y de poder
elegir entre ellos puede conquistarse un espacio a través
de la creatividad. Se piensa que en la cárcel
no pueda haber espacio de libertad; pero la creatividad puede
dar espacios, aún amplios, al menos en las pequeñas
cosas que sin embargo pueden tener gran importancia. Juan habla
de haber creado, en la cárcel, una composición
musical, una milonga, y que ella ha entrado a formar parte
de
un concierto; ella es un signo, un símbolo, una
expresión de libertad. Habla después de una poesía
compuesta en la celda de aislamiento N. 6 en la cual había
sido puesto por castigo. En esta celda el sol arribaba
solo a mediodía, pero aun allí ha podido encontrar
la capacidad de componer mentalmente y de memorizar esta poesía
que cada día, después, repetía
por el temor a olvidarla. Su titulo es:
TU NOMBRE.
Tu nombre es brisa
polen de primavera
rumor de hojas en el monte.
Tu nombre es canto
voces de la distancia
cuerda de mi guitarra.
Tu nombre es vida
esperanza convertida
en juegos infantiles.
Tu nombre me trae
la ternura
del tiempo compartido
que ahonda lo que amamos.
* Compuesta y memorizada
en el calabozo N. 6 de la "Isla" del E.M.R. N.1. 15.
01. 1975
-Esta poesía-, dice Juan, -está dedicada
a mi mujer, y a través de ella a la mujer en sentido
pleno-. El subraya la presencia de las palabras "polen
de primavera" en el sentido de símbolo de la libertad
y de la fecundidad de
la libertad.
Pruebo ahora a decir alguna cosa que dije en
aquella ocasión y que me nace dentro en este momento.
Me ha fascinado esta poesía de amor definido por
una persona y universal en su esencia y "esencialidad"
que se expresa en la oscuridad de una celda de aislamiento
y que no tiene ni siquiera necesidad del material para
ser concretizada negro sobre blanco, sino que nace y
queda vagando en la mente de Juan por tanto tiempo
antes de ser escrita sobre el papel y
llegar a la persona a la que estaba destinada. Creo que
tiene un significado particular el hecho de que fuera
un mensaje de amor. Me gusta también mucho esta
significatividad del espacio de la mente en relación
al espacio concreto pero limitado de una hoja de papel.
Me ha fascinado además la frase de Juan -la repetía
cada día para no olvidarla-. Se dice que
la repetitividad es la fosa de la
creatividad. En este caso es un medio, un
vehículo para que viva, germine y se haga fecunda
para si y para los otros. La creatividad supera los límites
técnicos del pensamiento y de la acción
física para asumir poderes imprevisibles y entrar
en una dimensión que trascende lo humano sin negarlo.
En lo que respecta a lo que me nace dentro en este
momento diría que esta es una poesía de nacimiento
y de nominación. Juan, con esta poesía, pone a ser
y da un nombre y más nombres a la mujer, a su mujer.
El da cuerpo: "brisa"; fecundidad:
"polen de primavera"; sonoridad: musicalidad, ritmo,
vibración: "ruido de hojas en el monte, canto
y cuerda de mi guitarra"; perennidad: el eterno transformarse
del eterno "niño" que está en cada uno
de nosotros y que se expresa si lo cultivamos y damos
espacio a la creatividad potencial que está en
él. Lo que quizá me fascina
más y me conmueve, aún
en este momento en que estoy escribiendo estas palabras,
es "la ternura del tiempo compartido, que hace más
profundo a lo que amamos", lo que uno ama de si y en
si, y la capacidad que cada uno de nosotros tiene de
hacer al otro capaz de amor y de amar.
Ante la propuesta de Juan de leer otra de
mis poesías, respondo con:
TE DEJARÉ UNA COMETA
cuando me vaya
te dejaré una cometa
una cometa que se estremece en el viento
atada y por esto libre
libre...
porque tu
tienes el hilo
te dejaré una cometa
será mi última poesía
tal vez...
para ti
no será la primera
Creo que la cometa es para mi el símbolo
más completo, si bien solo técnico, de la pareja
de fuerzas libertad-dependencia. Muchas personas
piensan que el hilo que sostiene la cometa le impida
volar adonde quiere, y adonde el viento la llevaría. La realidad
es que la cometa juega con el viento y el viento juega con ella justamente
porque está ligada a un hilo. Liberada del hilo, precipitaría
ruinosamente al suelo porque es la pareja de fuerzas viento-hilo
la que le permite liberarse y por lo tanto vivir como cometa y jugar
como tal.
Es interesante en esta poesía el
verso "porque tu tienes el hilo". En esta poesía de adiós,
de separación más o menos permanente, más o menos
temporánea, quien es ese tu. Es el otro o somos nosotros? Creo que
pueda existir la doble interpretación. Cada uno, para
jugar con el viento de la vida, debe ser capaz de confiarse a él,
pero también de tener en la mano la propia
cuerda, y esta es justamente la verdadera libertad
que nace de la aceptación de un cierto tipo o de ciertos tipos
de dependencia. Pero se podría decir también que aún
la dependencia en relación a los otros es a menudo necesaria
para seguir volando. Quien tiene una confianza despropositada en
si mismo y solo en si mismo no es una persona libre, porque su comportamiento
puede carecer de objetividad, sea por límites como por ignorancia.
Aquí el tema con Juan se hace conversación y las intervenciones
se suceden rápidamente. Se habla también
del problema que surge en el momento de la traducción, pasando de
una lengua a otra las palabras no tienen exactamente el mismo significado,
por ejemplo "librarse" y sucede que cuando Juan encuentra en una poesía
mía este verbo tiene problemas con la traducción. Jugamos
por lo tanto con las palabras liberarse, librarse y estremecerse en el
viento. Quizá la verdadera libertad está propio
en el librarse estremeciéndose de la cometa entre libertad
destructiva y
dependencia útil y a veces necesaria y constructiva.
Por lo tanto se puede hablar de pareja de
fuerzas a veces cómplices, otras contradictorias y a lo sumo
capaces de darse cortés batalla, para buscar e inventarse espacios
de vida y de juego. A Juan el "porque tu" le genera una sensación
de compartir, también el yo y el tu son una pareja de fuerzas.
Encuentra dificultad emotiva para aceptar el verso "atada
y por eso libre", lo siente provocatorio.
Después de la poesía de la
cometa, hago seguir enseguida la otra, con aspectos complementarios
UNA AMARILLA HOJA DE OTOÑO
unida
a un hilo de telaraña
una amarilla
hoja de otoño
se libera
prisionera feliz
llevada
por un hilo de viento
abajo
las compañeras tristes
yacen en el prado
y dos pequeñas flores
ríen al sol
unido
a un hilo de telaraña
también yo
cometa de otoño
vuelo
todavía feliz
llevado
por un hilo de viento
cuando el encanto
se rompa
yaceré entre las hojas muertas
y el invierno
me acogerá
en un sueño
sin primavera
En esta poesía se repite parcialmente la dinámica
de la cometa en un contexto y en una atmósfera que parece mágica.
La hoja pegada al hilo de telaraña y la cometa que juega feliz con
el viento. Ella es "libre porque está ligada", juega en el
cielo, en el viento y al sol "prisionera feliz". "Abajo, yacen en el prado
las compañeras tristes" que no han encontrado un hilo de telaraña.
Las dos pequeñas flores que ríen al sol son una pareja de
"pratoline" que gozan del sol, del viento, del juego
de la hoja amarilla y del propio amor.
Yo tendría poco que agregar por lo que se ve,
se siente y se vive en esta escena. Juan pone el acento en la capacidad
de comunicar que acompaña y vuelve preciosa la capacidad de crear.
La comunicación es el verdadero espacio donde se realiza el juego
o el drama libertad-dependencia, el espacio en el cual cada uno se crea
a si mismo, crea los demás y se deja crear por ellos, esa es la
verdadera sala de los espejos y el valle del eco.
A este punto Juan propone una poesía suya:
UNA VOZ
Desde mi ventana oigo
vibrante cuerda
encendida de pasión y vida,
liberando el fuego y la luz.
Un compañero canta_
Ruedan las notas
una a una, rítmicamente
para perderse lejanas, suavemente
en la llanura soleada y solitaria.
Compañero
¡Cuántas cosas me dice tu canto
que no están en las palabras!
Juan comienza a hablar de las pequeñas cosas que
vividas creativamente han hecho menos oscura y a veces más soportable
su prisión. Podía ser una arañita ocupada en construir
su telaraña, o una mosca que entraba decidida o titubeante por la
ventanilla o una hormiguita que llegaba en exploración buscando
alimentos para si misma y para sus compañeras. La cosa que de todas
maneras le ha quedado impresa, porque se transformó no solamente
en un pasatiempo sino también en una compañía,
fue un gorrión que comenzó a venir a comer migas de pan en
el alféizar, al inicio solo, después con su compañera
y a su debido tiempo vinieron a presentar sus pichones.
Ha descubierto cuantas cosas se pueden conocer a través
del oído: ruidos amigos y ruidos hostiles, hasta las más
pequeñas variaciones del aire. Las conversaciones más o menos
en código con los compañeros de las otras celdas. La brevedad
y a su vez la intensidad y el espacio existencial de la hora de recreo,
que se volvía más significativa por el hecho che cada tanto
la suspendían. La compañía más querida ha sido
sin lugar a dudas su guitarra
y la privación más grande la ha sentido
cuando por un año se la han quitado por castigo. Un gran refugio
y un gran espacio creativo han sido los libros.
Afortunadamente la cárcel estaba provista de una
biblioteca con numerosos títulos. Otra gran ayuda ha sido la vena
creativa concerniente la composición musical. Todavía desde
la cárcel logró hacer salir una composición suya:
"SIERRAS DEL YERBAL" que fue presentada en primera audición
en Holanda y de este modo llamar la atención de la opinión
pública a favor de su liberación.
Pero volvamos a "UNA VOZ". Es una vibración
nueva la que un día Juan siente en el aire, la voz de un compañero
que canta, una voz "encendida de pasión y vida / liberando el fuego
y la luz" . Un compañero canta y las notas de su voz ruedan una
a una rígidamente. Parece que se las ve a estas notas que dejan
la prisión en fila una a una y se pierden lejanas, suavemente para
el alma de quien las escucha, en la soleada y solitaria
llanura del Uruguay y tal vez del mundo entero. Es esta vibración
, hecha de fuego y de luz, que llegando a los confines del universo retorna
a los prisioneros que desde años ocupan estas celdas y ellos
no están así tan solos.
Me place captar esta vibración como espacio que
interroga, mueve y sacude la esclavitud, y como espacio en el cual la libertad
y dependencia se encuentran, juegan y viven su propia contradicción.
Esta "voz" había condensado en aquel momento para Juan el silencio
y el sonido del universo y se había transformado en diálogo
y participación. Nace dentro de mi en este momento una consideración
en relación a la poesía como "espacio feliz". También
la participación poética del sufrimiento puede transformarse
en espacio feliz cuando es vivida por el otro como catarsis y liberación.
Juan, después de haber imaginado el "paisaje sonoro"
creado por esta voz, hace algunas consideraciones retomando el tema de
la relación entre libertad interior y libertad y esclavitud propuestas
desde el externo y viceversa. En este caso hay una cuerda che vibra
fuera que encuentra resonancia dentro porque también allí
hay una dispuesta vibrar.
Del universo la conversación deriva hacia
el tema de la libertad nacida de la esclavitud en la noche de los tiempos
en lo que concierne a la relación del niño con la madre (la
noche de los tiempos en la vida del individuo). El cachorro del hombre
nace inmaturo y dependiente. No es como el hijo de jirafa che nace "libre",
cae en pie sobre sus cuatro patas o casi y en pocos
minutos, aunque bamboleándose, sabe ya como
arreglarse para mamar. En la vida del hombre, en la relación entre
madre e hijo, es la madre que interpreta las necesidades del hijo, en la
mejor de las hipótesis, o también es el hijo que debe adaptarse
a responder a las necesidades de la madre o todavía, volverse "la
necesidad". Otra hipótesis, y es esta la más sana, el niño
ha encontrado una madre atenta que le deja, a medida que crece, la posibilidad
de expresar sus necesidades y sentirse respetado, una madre
que le deja el espacio de maniobra necesario en el cual
él pueda
transformarse gradualmente en "persona libre", disponible
y capaz de tomar decisiones y de asumirse las consecuencias y las responsabilidades.
A este punto me viene en mente y propongo una poesía
mía que concierne al despertar post anestesia. También esta
situación es una especie de re-exhumación o re-evocación
de la noche de los tiempos.
DESPERTAR POST ANESTESIA
me estás velando
y yo
espero el despertar
te veo ya
pero mis ojos están cerrados
e inmóviles
están mis manos
me hablas
y no te siento
te hablo
y no oigo
el sonido
de mi voz
alargo una mano
pero ella
no llega
hasta ti
me ofreces algo
pero en vano
intento cogerlo
veo tus ojos
que me miran
pero son todavía...
solamente
los ojos
del alma
Es maravilloso reconocerse en los diferentes pasajes que
se subsiguen en una situación de este tipo. Se pasa de una total
confusión interior a una confusión en dos que sirve para
liberarse de la confusión interior para luego poder aprender a gestionar
aquella en dos. Es potente esta dinámica del liberarse a través
de la ayuda del otro, a través de la confrontación
con el otro como espejo, y a través la eventualidad de un conflicto
con el otro, si es
necesario. Cada vez que nosotros nos encontramos
en una situación de este tipo es como si reviviésemos una
nueva alba de liberación. En la poesía, que me parece
no tenga necesidad de otras ayudas explicativas, es cautivante seguir
los pasajes más o menos graduales de este crepúsculo de la
vida. De la necesidad de buscarse a aquella de encontrarse pasando
a través del
túnel de la confusión que significa aceptar
el riesgo de perderse. Es el balbuceo de la libertad que se repite cada
vez que se nos pide de nacer de nuevo. Quisiera subrayar la importancia
de la presencia del otro en momentos como estos, de otro che sepa, en la
confusión que nos ha llevado a este punto, ser luz que alumbra y
que no ciega.
Después de haber recorrido este largo y difícil
camino Juan propone una poesía suya en homenaje a Benjamín
Moloise asesinado por el entonces gobierno racista de Sudáfrica.
No me parece casual que el título sea:
HEMOS ANDADO UN LARGO CAMINO
Hemos andado un largo camino
soñando,
sembrando,
construyendo
para que florezca el nuevo día,
y ya no hayan
trabajadores explotados, ni mujeres prostituidas;
niños sin destino, ni campesinos hambrientos:
desaparecidos, ni exiliados.
Para que florezca el día
en que la guerra, la intolerancia,
el racismo
sean solamente
fruto amargo del pasado.
Para que florezca el día
en que los jóvenes leerán,
estudiarán,
analizarán
en films, en libros,
en vídeos,
en la poesía,
como fue el viejo tiempo;
como fueron vencidas
las fuerzas de la noche
de la angustia y el dolor.
Sin embargo
la meta
está aún lejana_
Para que la sombra no exista,
desaparezcan
los generadores de la guerra,
del subdesarrollo,
de la dependencia:
debemos
seguir luchando.
Para que termine
de una vez y para siempre
la pesadilla
de un holocausto atómico:
debemos seguir luchando.
Por qué
queremos que llegue el día,
el tiempo
de la amistad
y la alegría compartida:
debemos seguir luchando.
Con esta poesía Juan propone la apertura a un sentido
de lo social más vasto y difuso; la necesidad de una participación
nuestra en lo social para crearlo y recrearlo y para balancear la
intervención y el peso que lo social tiene sobre el individuo.
Juan subraya la cualidad específica de lo social. El individuo es
parte de la sociedad en la cual vive y por lo tanto debe participar a la
gestión de ella. La sociedad debe ayudar al hombre a crearse,
en el
sentido de adquirir la capacidad de ser nuevo cada vez
que sienta la necesidad, y a re-crearse, en el sentido de poner a disposición
medios, espacios, y clima adecuado para una gestión de la creatividad
que disminuya la inundación de agresividad destructiva y promueva
una "agresividad" creativa desde todos los puntos de vista. La libertad
no es solamente un don que más o menos gratuitamente damos o recibimos,
es también una exigencia y a veces puede ser necesario luchar para
conquistarla. Como
también puede suceder que se imponga la necesidad
de analizar cuales condicionamientos nos son propuestos y cuales nos son
impuestos.
Pensemos a la esclavitud. Pensemos a la creación
de necesidades ficticias para alimentar la espiral de producción
y consumo. A la lucha por el poder siempre en acto para obtener o participar
a una hegemonía que sea lo más extensa posible; y a la necesidad
de quien se presenta como servidor de los más necesitados, no para
ayudarlos sino para someterlos. Se podría recordar también
el tema del condicionamiento de la ciencia y del arte; y los
condicionamientos que se pueden actuar poniendo
adrede en acción una confusión generalizada.
A este punto nos damos cuenta que el tema desborda, que
los contornos se van esfumando, que el cansancio se está haciendo
sentir y por lo tanto declaramos terminado el encuentro. Toby en nombre
de todos sale al patio a declarar al mundo, ladrando satisfecho, que nos
sentimos libres y que no queremos perder la libertad que nos hemos conquistado
pacientemente día a día.
Terenzio Formenti
Brescia, Febrero 1994