LA LEGGENDA DI UN RABDOMANTE

Terenzio Formenti

Collana: I sentieri del rabdomante

Terenzio Formenti

LA LEGGENDA DI UN RABDOMANTE

Penso che se esisteva, e forse esiste ancora, l'alchimista che percorre il mondo alla ricerca della pietra filosofale, e qualche volta la trova o vive come se l'avesse trovata, possa esistere anche il rabdomante che può scoprire in una o in ogni goccia d'acqua i colori dell'arcobaleno.

Credo di aver avuto sette anni quando ho incontrato il primo e unico rabdomante della mia vita. Era un signore abbastanza vecchio per la mia età e i miei gusti che andava avanti e indietro per un grande prato del mio paese di montagna in cerca di una sorgente d'acqua. Ricordo che aveva tra le mani a pugno, che teneva tese davanti a sè, un fuscello, credo di salice, che veniva tenuto in una posizione ad arco. Quando vidi che il fuscello cominciava a girare, mi dissero che aveva trovato l'acqua. La cosa mi aveva entusiasmato al punto che tornato a casa, dove anch'io avevo un prato, volli sperimentare quella magia e mi fu abbastanza facile credere di avere anch'io le sue doti quando, passando sopra un canale interrato che io ben conoscevo, anche il mio fuscello cominciò a girare nelle mie piccole mani inesperte.

Non avrei mai pensato che nel corso della mia vita, tante volte, mi sarebbe capitato di scoprire sorgenti non solo d'acqua ma anche di gioia, di serenità, di felicità. Ma la cosa che più mi ha stupito è stata il cogliere, a posteriori naturalmente, che le sorgenti cercavano me e si offrivano nei momenti più impensati e imprevisti per il gusto e la gioia di farsi scovare.

Ma partiamo dalle origini.

Sono nato in una giornata di Marzo del 1923 e in una poesia nata 64 anni dopo ho scoperto che l'evento aveva potuto compiersi per una combinazione fra realtà e leggenda: la leggenda della cisterna della chiesa di San Gervasio.

Ecco come ha avuto luogo il fausto evento.

"Nella grande cisterna un piccolo essere nuotava tranquillo. In un giorno di sole, a botola aperta, sulla valle spaziarono i suoi occhi, grandi prati, boschi a perdita d'occhio, cime innevate di fresco, un paese una casa un piccolo poggiolo Un desiderio d'amore realizzò il suo sogno. E io mi trovai nel grembo di mia madre in una casa dal piccolo poggiolo".

Il lettore, e naturalmente anche l'eventuale lettrice saranno curiosi di conoscere la leggenda. Molti anni fa un eremita viveva lassù in una stanzetta, accanto alla chiesa e aveva l'incarico di dare l'allarme con il rintocco della campana nel caso vedesse incendi nel paese o nei boschi. Allora, - l'ultimo eremita è morto nel 1933 quando io avevo dieci anni - era consuetudine dire ai bambini, che chiedevano da dove fossero nati, che prima di venire al mondo essi si trovavano nella cisterna di San Gervasio, piccola chiesa che, aggrappata ad uno sperone di roccia domina la valle e il borgo. Ho in mente, viva ancora, l'immagine di "un ometto vestito di nero, come l'ombra d'un mito, che al sabato sera nel paese girava facendo la questua per un pane di vita".

Per la mia immaginazione di quegli anni teneri: "giorno e notte due grandi occhi da lassù scrutavano...

le case, la valle, e i miei sogni di bimbo".

Un altro episodio che riguarda l'acqua è l'essermi ricordato in un certo giorno dell'87 che quand'ero fanciullo, in una particolare stagione dell'anno, andavo a cercare i girini in un fontanile lungo la strada che sale da Bagolino a Valdorizzo. Mi presentavo con una boccia di vetro, raccoglievo con un mestolo forato i girini e poi me ne andavo a casa. Ponevo nella boccia un bel sasso che uscisse sopra il pelo dell'acqua e di giorno in giorno seguivo la loro metamorfosi finché diventavano piccole rane che poi riportavo al fontanile. Mi era anche nata spontaneamente una descrizione poetica dell'episodio della raccolta dei girini, che avevo così sintetizzato:

un branco di girini nuota allegro nel fontanile

una faccia di bimbo boccia di vetro nella mano si specchia nell'acqua

occhi sgranati code che si accorciano zampe che s'allungano

piccole rane perfette tornano ogni anno al fontanile

anch'io sono tornato

ma l'asfalto l' ha inghiottito... da tempo

E fu in quel giorno che nacque anche la poesia della sintesi della mia nascita tra leggenda e realtà.

Ne potrebbe nascere una significativa parentela tra i due fatti. I girini che passano dall'acqua alla terra creando un ponte fra queste due componenti dell'universo e un bimbo che nasce collegando la sua presenza magica nell'acqua della cisterna con la sua apparizione tra gli umani.

Rimaniamo ancora nel tema dell'acqua.

Una presenza molto concreta nel panorama visivo, acustico, emotivo ed affettivo della mia valle e' sicuramente il torrente Caffaro che scorre, ora placido e ora incattivito dai temporali, nel fondo della valle. Penso che dopo lo scroscio delle acque che mi ha portato alle soglie della vita al momento della mia nascita, il primo rumore che io credo di aver percepito possa essere proprio questo mormorio della

"sua dolce acqua che lambisce la pelle delle pietre

rude accarezza la scorza dei tronchi

parla... per chi lo sa ascoltare

con te conversa... se il suo canto ami

di giorno è voce che rimesta la vita

di notte ride alle stelle... alla luna

e celato tra le pieghe delle sue piccole onde

porta al mare il silenzio... delle nevi eterne

Anche queste parole nate al risveglio dal sonno della prima notte di vacanze di alcuni anni fa è dono e goccia di felicità che nutre e trasforma il passato in un presente fervido di concretezze e illusioni.

Bagnandomi nelle sue gelide acque, o dedicandomi alla pesca delle "bose" con una fiocina che era una semplice forchetta appiattita per questo uso e saldamente legata ad un bastone, sulle sue rive scorrevano le mie vacanze estive.

Ai miei tre anni infatti la famiglia era scesa a Brescia e si ritornava al paesello solo d'estate.

Una volta, nel torrente, presi anche una trota con le mani. L'avevo vista in una piccola pozza d'acqua, quando ad un certo punto sparì come d'incanto. Curioso com'ero mi rimboccai le maniche e frugai le pareti della conca, trovando un apertura e acchiappando la trota che dovette suo malgrado finire in padella.

Nutrita dalle sorgenti dei monti che attorniano Bagolino l'acqua del torrente scende in pianura e dopo vari passaggi: fiumi laghi, altri fiumi, mare, giunge all'oceano e si mescola con esso.

Ma la mia anima di poeta in una delle prime poesie dedicata all'acqua e più precisamente all' "Oceano" sente il bisogno di immaginare il percorso inverso. Pensando che "ogni goccia gioca con la vicina anche se non la conosce", perchè non pensare che anche l'acqua possa fruire del complesso del salmone.

"sogno delle mie reincarnazioni,

acqua immensa da misteriose forze inchiodata alla terra

respiro dell'universo dominato dai capricci della luna,

massa d'acqua che contro ogni forza che ti attanaglia al fondo

di zolla in zolla di balza in balza di roccia in roccia

sali a lambire il fronte dei ghiacciai

accarezza anche oggi la mia pelle bianca

con la stessa mano che sfiora una pelle gialla una pelle nera una pelle olivastra

per un infinito... abbraccio d'amore"

Anche a Bagolino c'è l'oceano o almeno ci sono i suoi ricordi e le sue tracce. Seguendo il corso del torrente, in compagnia del fratello maggiore, peregrinavamo alla ricerca delle conchiglie fossili che l'incessante scorrere dell'acqua svela tra le rocce.

Non sono amante di cose passate, non frugo nel passato per trascinarmelo appresso, non cammino con la testa rivolta alle cose che ora più non sono, ma non so per quale arcano bisogno per me le conchiglie fossili appartengono al presente, forse ad un presente eterno quello del bambino che non ha ancora imparato la declinazione dei verbi in passato, presente e futuro.

E una sera passeggiando al crepuscolo lungo il torrente, percorrendo una stradetta appena rifornita di ghiaia ho visto uno strano sasso nero che spiccava sulla bianca ghiaia, mi sono chinato ed ho scoperto di avere tra le mani un pesante e concreto frammento di eternità: una conchiglia fossile.

sul greto del torrente ho incontrato

una conchiglia nera come la lava dei vulcani e la notte dei tempi

viva come il segno d'un oceano sommerso duecento milioni d'anni fa

per un attimo eterno

la mia mente nuota in apnea nei mari di un presente... infinito

Andavamo sovente, io e il fratello Uberto, lungo il greto del torrente a cercare sulle pareti scavate dall'acqua i segni evidenti della presenza in tempi remoti dell'oceano a Bagolino, e ne abbiamo trovate molte tracce e fatti molti calchi in gesso per non rovinare e turbare il paesaggio visivo di queste meravigliose impronte.

Dato che sto parlando di oceano, propongo ora di fare una capatina a Brescia per far visita a quello che io chiamo il mio oceano personale.

Anche stamane sono andato passarvi un'oretta per collocarmi attraverso di lui in un buon rapporto con l'universo e anche per poterne parlare in modo più sentito e non solo tecnico.

Colgo l'occasione per proporre anche a voi che mi state leggendo di rallentare il ritmo della vostra lettura per fluire con il moto ondoso di un oceano... quasi privato.

Ho imparato a nuotare in Arno a ventitré anni e ho fatto il battesimo del mare al largo di Viareggio. Poi ho preso confidenza con l'acqua, dolce e salata, di fiumi, laghi, mari e oceani, compreso quello Artico, che naturalmente è almeno freddo quanto il torrente del mio paese. Ho nuotato anche nell'Amur, un fiume sul confine tra l'U.R.S.S. e la Cina. Ma quando ho letto sui giornali locali che era arrivato a Brescia presso un centro di salute mente-corpo una vasca di galleggiamento nella quale si poteva provare l'ebbrezza di passare un'ora a sognare in compagnia dei delfini la musica degli oceani, mi sono subito buttato a sperimentarlo.

Ho trovato così in una stanza una camera stagna che mi è sembrata una testa di balena che attendesse il suo Giona. Ne avevo viste altre all'estero presso colleghi psicologi e mostre internazionali, ma indubbiamente questa era la più simpatica fra tutte, anche per il suo colore verde mare. Sono subito entrato ed è stata una bellissima esperienza. Non parlerò in questo momento del mio primo incontro, ma del secondo che è stato non solo bello ma anche profondo e potrei dire magico.

Qualche indicazione pratica, penso che a chi mi legge possa interessare. Innanzitutto, in questa vasca ci sono circa tre spanne di acqua ad alta concentrazione salina. Il livello di concentrazione e' tale che il corpo galleggia meravigliosamente, adagiato sulla pelle dell'acqua, quasi come sulla superficie di un materasso ad acqua. Da noi questo aggeggio non è molto conosciuto se non forse visto in qualche film, ma quando mi è capitato di passare venti giorni In America, nello Stato dello Utah, ho potuto conoscerlo ed ho potuto sperimentare anche il Lago Salato, nel quale ho fatto il bagno e ho provato lo stesso tipo di esperienza, almeno per quanto riguarda la possibilita' di galleggiamento. Ma torniamo alla mia seduta. Essa dura circa un'ora e dopo essersi distesi si può lasciare la balena a bocca aperta o a bocca chiusa se non si hanno problemi di paura del chiuso. Se si chiude il portellone, ci sono ancora due possibilita', tenere la luce accesa dentro o spegnerla. I comandi sono all'interno e pertanto ognuno può cambiare opinione quando vuole e scegliere l'assetto della vasca che più gli aggrada.

Parlo ora delle varie esperienze successivamente fatte e delle sensazioni provate. Ho scelto di stare a luce spenta e ad occhi chiusi. Uno degli scopi della camera di galleggiamento è quello di permettere e favorire un rilassamento del corpo e della mente. Dopo vari tentativi, ho provato ad estendere il mio corpo a stella, pensando che il fatto di occupare la maggior superficie possibile mi potesse dare una distensione più rapida, ma mi sono accorto che i muscoli restavano troppo tesi. Ho sperimentato allora la posizione fetale, cioè con le gambe lateralmente flesse verso il corpo. E così ho cominciato a sentire che i muscoli si rilassavano beatamente. Ho aggiunto un tipo di respirazione che avevo sperimentato in Francia durante una seduta di "rinascita" attraverso l'uso di un tipo particolare di respirazione, che loro chiamano "deconnectée", cioè sconnessa e che noi invece chiamiamo "controllata". Si tratta di fare, di seguito, venti respirazioni in quattro cicli. Ogni ciclo è composto di quattro respirazioni brevi, nelle quali però si mantiene collegata l'espirazione e l'inspirazione, e ad esse far seguire una respirazione completa, ma lunga e profonda. A questo punto ho raggiunto un'armonia che non vorrei definire totale, ma sicuramente "totalizzante". Non solo il mio corpo non provava piu' nessuna sensazione di differenza fra la parte immersa e quella emergente, ma mi sentivo come se l'oceano e gli oceani mi appartenessero o io appartenessi a loro. Mi sono domandato quale delle due ipotesi mi piacesse di più, ed ho concluso che mi gratificava maggiormente il pensare che ero io che avevo scelto di appartenere all'oceano, che non quella che fosse lui che avesse deciso che io gli appartenessi. Ma mi accorsi che non mi preoccupava neppure la seconda ipotesi dato che era una sensazione cosmica di dilatazione "totale" e al tempo stesso di estrema concretezza fisica. Devo chiarire, anche se forse si poteva intuire nelle premesse, che ho un ottimo rapporto con l'acqua e con gli oceani. E se si riesce a confondersi con l'acqua senza temerla, le altre componenti dell'universo: terra acqua, fuoco, diventano dei parenti molto prossimi. La poesia "oceano" ne è in certo senso la conferma.

Forse è l'amore che crea anche il miracolo di far "circolare" l'acqua dalla sorgente all'oceano e dall'oceano alla sorgente, e forse... e' stato il bagno nell'Amur a compiere in me la magia.

Ma ritorniamo nella balena. A questo punto ho voluto fare un'altra esperienza che faccio solitamente dopo quel tipo di respirazione. Essa consiste nel creare una vibrazione del corpo contraendo quei piccoli muscoli che interessano i movimenti dell'occhio Non è qualcosa che si possa ottenere subito e automaticamente; infatti è importante creare una fase di tensione ma anche di rilassamento e abbandono. E' come un trovarsi per perdersi e un perdersi per trovarsi. Forse è proprio attraverso la combinazione di questi due elementi che nasce con la vibrazione un'indefinibile percezione di piacere. Questa sensazione può essere vissuta come "un far l'amore con l'universo" come se lui ci appartenesse e noi appartenessimo intensamente a lui. Si può cercare di ottenere la contrazione dei muscoli orbitali cercando di giocare a chiudere gli occhi, ma al tempo stesso a tenerli aperti. E' nel momento che si riesce a far entrare nei nostri occhi una piccolissima ma vibrante lama di luce, che si può provare questa sensazione. Essa si sviluppa poi in un brivido che scende lungo la spina dorsale, raggiunge l'inguine e da lì esplode in tutto il corpo. Si può provare anche la sensazione di un leggero ondeggiare del corpo che avvicina ancora piu' intensamente questa situazione a quella di abbandonarsi a "fare il morto in un oceano vivo".

Ma torniamo alla nostra vasca della quale non ho ancora detto tutto. All'interno di essa può essere diffusa una musica che è quella del fragore delle onde ritmato di tanto in tanto dal verso che fanno i delfini che è una specie di squittio simile a quello dei topi o degli scoiattoli. Questo verso sentito nell'acqua e' molto penetrante e ad un certo punto mi sono sentito anch'io delfino fra i delfini a giocare con l'acqua e con il vento, a cucire a punti lunghi con le nostre immersioni ed emersioni l'oceano al cielo, l'acqua con l'aria.

Non so se sono riuscito a partecipare almeno in parte le mie emozioni e la mia commozione. Se non sono riuscito rivolgo anch'io a te lettore o lettrice la preghiera che il poeta Yeats rivolge ai suoi contemporanei:-

Povero io sono/ e solo i miei sogni posseggo/ cammina in punta di piedi/ perchè cammini sui miei sogni.

Scusate la digressione, che spero possa essere stata interessante per voi come lo è stata per me, e torniamo a passeggiare lungo le sponde del Caffaro alla scoperta di meraviglie della natura.

Sempre con lo stesso fratello, oltre che a cercare i fossili ci dedicavamo ad andar per grotte.

Non ci saremmo mai aspettata la scoperta che ci colse un giorno davanti a una parete di roccia che aveva delle caratteristiche un po' particolari.

Frugandola meglio e lasciandoci portare sia dalla ricerca dell'avventura che dallo spirito di chi sente l'acqua a fiuto abbiamo scoperto un passaggio attraverso il quale si poteva entrare in un anfratto. Con una pila nelle mani ci siamo così trovati a scoprire una piccola grotta che aveva tutte le caratteristiche per essere definita meravigliosa. In questo spazio siamo riusciti ad entrare tutti due anche se quando uno stava in piedi l'altro doveva stare accucciato. La grotta era attrezzata perfettamente per essere definita tale. Un piccolo laghetto stava al centro con le rive meravigliosamente rivestite da una bianca merlettatura di concrezioni calcaree, stalattiti scendevano dal soffitto e minuscole stalagmiti si innalzavano dal suolo. Siamo tornati più volte per fare i dovuti rilievi come compete ad una classica grotta ed abbiamo elaborato tutte le misurazioni necessarie per definirla e classificarla. Le avevamo dato anche un nome: "Grotta Terenzio" per gentile concessione del fratello che me lo aveva proposto e con grande gioia mia che mi sentivo così, padrone di uno spazio segreto che frugava la terra. Naturalmente data la delicatezza e la fragilità di tale cosa preziosa, non ne abbiamo parlato ad altri e ogni anno durante le vacanze andavamo a visitarla. Ma un anno ci siamo trovati in grosse difficoltà a localizzarla. Era infatti letteralmente sparita. A fatica dopo ripetute perlustrazioni della zona abbiamo scoperto che si era verificata una frana e che la parete si era capovolta nel fiume. Ora che ne parlo provo quasi l'impressione che tutto sia solo un meraviglioso sogno.

L'alta valle del Caffaro nella quale Bagolino si esprime è naturalmente ricca di sorgenti più o meno generose. Tra le sorgenti che forniscono d'acqua il paese ce n'è una che mi è particolarmente cara perchè ha un nome roboante: la sorgente del "dos che tuna" che tradotto in lingua significa la sorgente del dosso che tuona. Ancora oggi continua a fornire un'acqua che al mio palato sembra meravigliosa e che mi attende quando entro nelle mie due stanzette per un brindisi al paese, a me e a tutti coloro che mi vogliono bene.

Dalle numerose sorgenti prendono linfa e vita le fontane e fontanelle di Bagolino che sparse qua e là nelle piazze. nelle vie , e nei vicoli, detti nel dialetto di Bagolino "piàistre", rendono con la loro presenza vivo e palpitante il borgo. Un certo giorno mi è nata dentro una poesia della quale esse sono le protagoniste:

BAGOLINO

E IL CANTO DELLE SUE FONTANE

negli angoli delle strade acquattate...

o sovrane delle piazze e delle "piáistre"

vivono... nell'ombra nel sole nella pioggia

le fontane e fontanelle di Bagolino

suadenti e argentine sussurrate o roboanti

portano nel paese le voci delle sue sorgenti

in una notte di luna sarò mago... per condurre

- dal chiacchiericcio delle donne accompagnato -

il concerto delle acque della mia valle

La cosa che più mi stupisce di questa mia poesia e che le sorgenti diventate fontane gratifichino il loro rabdomante trasformando il fuscello che è servito per scoprirle in bacchetta del direttore d'orchestra che accorda il loro canto.

A chi non fosse pratico del mestiere o dell'arte di poetare vorrei ricordare infatti che il primo a stupirsi, prima del lettore è il poeta stesso che non sempre conosce l'acqua delle sue sorgenti prima che esse vengano alla luce, e comunque, mai interamente.

Ma l'alta Valle Sabbia in cui è incastonato Bagolino è ricca anche di boschi.

Uno di quelli che preferisco è il bosco dei faggi che ha una sua particolarità: non sopporta il sottobosco e perciò e stato attrezzato dalla natura a impedirne la costituzione.

Ve ne presento uno, di prima mattina, appena uscito dalle tenebre della notte.

IL BOSCO DEI FAGGI

nell'umido mattino penetrano tra le fitte foglie lame di luce

incandescenti ombre nascono qua e là nel bosco dei faggi...

mandate dal sole a destare... formiche addormentate

dal buio fogliame nascosto

ritma sommesso un ruscello

l'armonia d'un giorno che nasce

Come vedete, in questo caso, il bosco dei faggi ha anche un suo ruscello privato

Ma anche i boschi dei pini, nei quali giovani e incaute piccole nubi possono rimanere impigliate, possono avere la loro magia.

UNA NUVOLA NEL BOSCO DEI PINI

ieri... una piccola nube lasciato il suo cielo

è venuta a trovarmi nel bosco dei pini

noi... ombre di sole e d'alberi muti folletti

inondati di luce giocammo a nascondino

mi celavi il tuo volto ancora forse... agli astri rivolto

selvaggio... un refolo geloso - alla mia mano a trattenerti tesa -

ti ha rapita irato

E' meraviglioso andando per monti trovare il diversivo di amoreggiare, venti permettendo, con una bianca piccola nube.

Ma nei boschi esistono anche gli uccelletti che io amo chiamare i poeti del bosco e fra essi ce n'è uno particolamente a me caro che ora vi presenterò e che si chiama "cincia bigia".

Anche a questo punto propongo ai lettori di abbandonarsi al fascino dei boschi e dei loro abituali abitatori.

In particolari tempi dell'anno il bosco si anima del canto di vari tipi di uccellini che potremmo dividere grosso modo in tre categorie: gli stanziali, che vivono le loro giornate in un loro spazio abbastanza circoscritto , anche se con costumi e usi diversi secondo i periodi dell'anno. Ci sono poi quelli che vengono chiamati "di passo" perchè arrivano nel periodo delle migrazioni, riempiono il bosco di canti nuovi, e poi ripartono. C'è anche un'altra categoria intermedia composta da quelli che, se si trovano bene nei nostri boschi, si fermano qualche giorno o qualche anno e poi si lasciano riprendere dal fremito della migrazione annuale e in occasione di quell'atavico flusso, si rimettono in movimento nel loro lento o rapido peregrinare per il mondo.

I primi sono i protagonisti di una mia poesia nella quale li definisco:

I POETI DEL BOSCO

parla il bosco... poeti del bosco per lui parlano gli uccelli

un verso per ogni ora del giorno

e un poema... per ogni stagione

esplodono a primavera come gemme sui rami rigonfie

all'ombra dei cespugli ciangottano d'estate

zigzagando tra fiocchi di neve

squittiscono nell'inverno... della vita

Il lettore mi potrebbe chiedere perchè li chiamo poeti e io potrei rispondere:- perchè anche loro fanno versi -. Ma forse la vera risposta è più profonda e mi viene suggerita da un'altra mia poesia, nata da un sogno, nella quale essi, gli uccellini, mi appaiono per rappresentare poeti che attendono da altri, e dall'universo che ci attornia, nutrimento, sollecitazioni e impulsi.

UCCELLINI NUTRITI DAL VENTO

piccoli uccellini da nido

disposti qua e là su una brulla pianta

come grosse gemme di primavera

pigolanti attendono a becco spalancato

larve invisibili portate dal vento

E' interessante il fatto che, da studi fatti sugli uccelli è risultato che anche in una stessa specie, oltre ad una lingua principale, ci sono delle differenze, quasi dei dialetti, che producono elementi e variazioni del canto che viene così arricchito e che arricchisce proprio perchè proveniente da altri mondi e da altri climi.

Ma torniamo alla cincia bigia.

Nella mia infanzia, verso i sette anni, ricordo di aver ricevuto in dono una gabbietta con uno di questi simpatici uccellini, piccolissimi, vivacissimi, sempre alla ricerca di piccoli insetti e di minuscoli semini. Li si può incontrare isolati o a piccoli e grandi gruppi che passano nei boschi portati dall'istinto migratorio come da un vento che non da tregua.

Mi ero innamorato di questa minuscolissima "ciuina", come viene chiamata nel dialetto di Bagolino, detto "bagosso", la nutrivo di piccole cavallette che prendevo nei prati e di frammenti di noci che lei veniva a prendere dalle mie mani quando aprivo l'usciolino della gabbietta e la lasciavo libera di volare per la stanza.

Ma un giorno morì e il fatto viene ricordato da una mia poesia che nacque, molti, ma molti anni dopo.

"QUI GIACE LA MIA CIUINA"

nella gabbietta stava la mia cincia

lei cinguettava io rispondevo

un giorno morì

in una piccola fossa la sotterrai e su una pietra scrissi

"qui giace la mia ciuina" 24 Settembre 1933

........

In quel tempo, nella mia anima di fanciullo nacque un'idea che subito realizzai. Presi la sua gabbietta e fornitala di cibo mi avviai alla ricerca di un'altra cincia che perpetuasse la prima.

Con la seconda parte della poesia viene scolpito quel fatto realmente accaduto:

........

con la gabbietta andai nel bosco

una cincia entrò le mie noci erano buone

nella gabbietta stava la mia cincia

io cinguettavo lei rispondeva

Per altri lunghi mesi, forse anni ebbi nuovamente la sua compagnia e si ripeté anche il gioco delle noci.

Non ricordo la morte di quest'ultima, ma sempre, quando nel bosco sentivo il loro canto , a lungo ci parlavamo, loro con i loro versi, e io, ripetendo il loro cinguettio che avevo imparato quasi alla perfezione.

Ricordo che una volta, in un paesino del milanese, mentre ero in visita ad una coppia di amici, e dopo aver suonato il campanello ero in attesa di risposta, una cincia si posò su un pino che si trovava nel giardino, lanciando il suo classico ciuì-ciuì. Naturalmente io subito risposi, lei scese sul pilastro del cancello, mi guardò stupita e ci scambiammo qualche verso. Non so se fosse una lontana discendente di una delle mie precedenti ciuine, o se tra le cincie sia possibile la reincarnazione.

Fu un episodio molto bello.

Alcuni anni fa sgombrando il solaio di casa riscoprii :

LA GABBIA DELLA MIA CINCIA

nel buio della soffitta curiosando

ho ritrovato la gabbia della mia "ciuina"

la cincia bigia dei miei anni teneri

quando

mi bastava addentrarmi nel bosco

a far versi agli uccelli

perchè essi cantando entrassero

sommessamente a conversare con me

sino alla fine dei loro brevi giorni

ora

con altri versi rispondo a versi di poeti

e nella gabbia -ancor dorata- della vita

attendo di affidare al vento dell'eternità

l'inesorabile ultimo canto

Da allora questa gabbietta se ne sta appesa a una parete del mio piccolo "buen retiro" di Bagolino e mi fa sognare i miei "teneri anni".

Quest'anno, avendo saputo che un mio conoscente aveva in una gabbietta una cincia, sono andato a farle visita. Nella sua lingua ci siamo parlati e mi sono nuovamente sentito tra i poeti del bosco come a casa mia.

"Nella gabbietta stava la mia cincia

io cinguettavo... lei rispondeva"

Ma torniamo ancora per un breve momento a parlare di acqua.

Questa volta rientriamo nuovamente a Brescia e mi trovo in una delle vie del Centro Storico e precisamente in Via Carlo Cattaneo. Sono stato ad un incontro che si è tenuto presso la Galleria L'Aura dove si e' parlato e discusso del paesaggio sonoro. L'argomento era interessantissimo e facente parte di una delle mie passioni: come trasformare i cinque sensi in veri e propri paesaggi.

Stavo avviandomi verso casa con passo meditabondo quando ad un certo punto sento qualcuno che mi chiama. Era una piccola, ma simpatica fontanella. Mi sono voltato a goderne il canto, ad occhi chiusi e nel silenzio della notte, e ne è nata una poesia.

LA FONTANELLA DI VIA CARLO CATTANEO

acquattata... nell'ombra d'un antico palazzo

da un angolo buio una fontanella mi chiama

con l'accento delle sue sorgenti

in sommesso dialetto della mia città

vecchie storie mi narra

chioccolío d'un passato che gaio risuona

nel silenzio della notte

racchiuso nel mio bozzolo di poeta

nei pensieri immerso... passeggio nella notte

Ci spostiamo ora ad Orsera in Istria. E' sempre un incontro con l'acqua.

Ci troviamo, io e mia moglie Marisa, ad occhi chiusi, stesi su di una una spiaggia, vicinissimi all'onda che mi parla nella sua lingua.

SULLA BATTIGIA UN GIORNO DI PRIMAVERA

sulla spiaggia disteso ad occhi chiusi assorto

respiro la musica del mare

rompe il silenzio del primo sole

un borbottio sommesso di piccole onde

le gocce parlano parlano fra loro

colgo frammenti di lingue conosciute

odo parole che vengon da lontano

bisbiglia ognuna alle vicine una sua storia

carpita a un popolo sulle spiagge del mondo

e sotto quel sole la babele della terra

diventa per l'uomo armonia dell'universo

Se l'armonia con l'acqua può essere nata dalla fusione tra la cisterna e il grembo materno, mi viene da domandarmi da dove venga questo bisogno di mondi nuovi, di lingue nuove, di armonia dell'universo. Penso proprio di averlo assorbito nelle stanze che io abito ora nel mio paese e che sono situate sotto la casa "dal piccolo poggiolo" della mia nascita. Sono le stanze dell'ufficio postale di mia nonna. E' significativo che io abbia venduto la casa natia per reinventare e raccogliere intorno a me quello spazio che da bambino vivevo come magico.

Quando, ancora piccolo passavo le vacanze a Bagolino, all'ora del mezzogiorno andavo ad attenderla, per accompagnarla a casa e attendevo che finisse il suo lavoro seduto sulla panchina di legno che serviva ai clienti dell'ufficio.

L'UFFICIO POSTALE DI VIA PORTICI 2

ad uno sportello sulla gente affacciata

o protesa da una finestra sulla valle

stava mia nonna

e io... su un'instabile panca seduto

- al muro scrostato appoggiata -

sommesso il ticchettio ascoltavo

di telegrammi... claudicanti da mondi qua e là sulla terra dispersi

Sono state forse le lingue misteriose trasformate in ticchettii a rendermi avido di conoscenza di mondi qua e la' sulla terra dispersi.

E' alimentando e placando questa sete infinita che ho passato fino ad ora la mia vita. Naturalmente le circostanze mi hanno favorito e non so quanto le lingue siano state per me un dono o una paziente e coltivata ricerca.

L'attuale sistemazione di quelle due stanze attrezzate per otto persone dai gusti semplici è nata sotto il sole di Norvegia copiando un cottage incontrato lassù.

Questa sete di lingue, di persone e di mondi continua. Anche in questo momento nel quale sto scrivendo al computer queste righe, di tanto in tanto stacco per ritirare la corrispondenza di una iniziativa tra l'esistenziale e il professionale che sto sviluppando in Internet in cinque lingue e che attraverso una "narrazione catartica", cioè liberante, si pone tra gli altri obbiettivi quello di trasformare la babele della terra in una comunicazione reciprocamente arricchente e fonte di serenità e gioia possibile

Il mondo mi affascina, l'universo mi affascina, sia quello abitato che non abitato e particolarmente mi attrae per un contatto a corpo ed anima nudi. Devo esserci stato molto bene sia nella cisterna che nel grembo materno, perchè mi ha sempre affascinato la natura e il naturismo. Questo mi ha portato a innamorarmi e a far l'amore prima con l'universo che con la donna, la donna amata.

Non so se questo abbia fatto parte del caso o dei sentieri offerti a me rabdomante e che mi hanno portato a queste meravigliose esperienze.

A ventun'anni mi trovavo in Val Varaita a fare il militare al servizio della Repubblica sociale come caporale della Croce Rossa addetto ad una infermeria di battaglione. Avevo molto tempo a disposizione e ho passato i pomeriggi dei tre mesi d'estate a girovagare a corpo ed anima nudi per le montagne all'ombra del Monviso in uno spazio immenso, da percorrere tutto solo in lungo e in largo, tutto a mia disposizione perchè il fronte non era attivo , sotto il sole e acqua, nella nebbia e nel vento tra branchi di capre brucanti, affidate solo al loro angelo custode.

Credo di dovere questa capacità di far l'amore con l'universo, vissuto quasi in senso panteistico, ad una preghiera che recitavo ogni mattina e che era il Cantico dei tre fanciulli nella fornace ardente. Bibbia, Daniele - Capitolo 3°

Voi tutte, opere del Signore, benedite il Signore,

lodatelo ed esaltatelo in eterno.

Cieli, benedite il Signore,

......

Angeli del Signore, benedite il Signore,

......

Voi tutte, o acque che siete al disopra dei cieli, benedite il Signore,

......

Voi tutte, o potenze, benedite il Signore.

......

Sole e luna benedite il Signore,

......

Astri del cielo, benedite il Signore,

......

Voi tutte, pioggia e rugiada, benedite il Signore,

......

Voi tutti, o venti, benedite il Signore,

......

Fuoco e calore bruciante, benedite il Signore,

......

Freddo e caldo ardente, benedite il Signore,

......

Rugiade e nevi, benedite il Signore,

......

Notti e giorni, benedite il Signore,

......

Luce e tenebre, benedite il Signore,

......

Ghiaccio e freddo, benedite iI Signore,

......

Ghiacci e nevi, benedite il Signore,

......

Lampi e nubi, benedite il Signore,

......

La terra benedica il Signore,

lo lodi ed esalti sommamente in eterno.

Monti e colline, benedite il Signore,

......

Voi tutte o cose che nascete sulla terra, benedite il Signore,

......

Mari e fiumi, benedite il Signore,

......

Fonti, benedite il Signore,

......

Mostri marini e tutto ciò che si muove nelIe acque, benedite il Signore

......

Voi tutti, uccelli del cielo, benedite il Signore,

......

Voi tutte, bestie selvatiche e domestiche, benedite il Signore,

......

Uomini, benedite il Signore,

e lodatelo ed esaltatelo in eterno.

Queste frasi, che erano scritte su di un messalino domenicale e che mi era stato regalato dall'insegnante di religione ai tempi del liceo, mi facevano provare una sensazione liberante, dilatante e meravigliosamente totalizzante

Credo che ci fosse in questo mia reazione ai tessuti con i quali abitualmente copriamo il corpo anche un piccolo episodio, forse sentito da me come importante, che mi aveva colpito particolarmente verso i tre-quattro anni, quando mi accorsi che mia madre nel farmi il bagno teneva gli occhi chiusi.

E così novello Adamo me ne andavo nudo in quello che era per me il sostituto terreno del paradiso terrestre. E naturalmente non mi sentivo un cacciato, ma un promosso, dalla condizione di chi deve vivere secondo istinto o dipendente da leggi esterne a lui, a quella di chi deve e può scegliere tra bene e male secondo la sua coscienza.

Ma una presenza femminile c'era nel mio mondo di ragazzo e di uomo. Prima di partire mi ero infatti innamorato di una ragazza di tre anni piu grande di me che avevo incontrato nell'appartamento nel quale eravamo sfollati da Brescia per i bombardamenti. Era la prima ragazza della quale mi innamoravo e che mi faceva sentire grande. Ricordo un buffo episodio in proposito. Ero andato a trovarla e per sentirmi una persona seria mi avevo fatto prestare un cappello da mio fratello, quello appena un po' più grande di me. Ricordo che anche il cappello era un po' più grande di me e così quando io mi voltavo dovevo accompagnarlo con la mano perchè lui secondo le leggi di fisica che avevo imparato a scuola tendeva a mantenere le posizioni di stato che gli erano proprie.

Era una ragazza che era appena uscita da un innamoramento molto sofferto. E così passavamo il tempo a giocare a "ramino scala quaranta", a chiacchierare del più e del meno, e a cantare per lei la Canzone "Verdi pascoli" che iniziava con il verso " per le vostre contrade sono molte le strade che conosce il mio cuor".

E così ero arrivato al giorno della mia improvvisa partenza per la Germania senza averle confessato il mio amore, anche perchè mi illudevo che lei l'avesse capito e che fosse innamorata anche lei di me.

Abbiamo passato così tutto il mio anno e mezzo di militare scrivendoci beatamente, ma quando, rientrato a casa, sono riuscito a trovare il coraggio di parlargliene, ho trovato che da parte sua non c'era nessunissima intenzione e disponibilità nei miei confronti.

E così mi sono trovato totalmente a zero.

Penso che possa ora continuare su questo argomento che in quel periodo è stato per me motivo di grosse sofferenze anche perchè l'universo aveva grandi progetti su di me che io naturalmente non potevo conoscere perchè lui non ha l'abitudine di inviare preavvisi.

Rientrato a casa mi sono trovato anche a dover affrontare i problemi relativi al prendere la laurea in farmacia, ottenuta la quale ho dovuto rifare il militare di leva perchè quello fatta sotto la Repubblica Sociale non era ritenuto valido.

Durante questo periodo ho avuto qualche incidente amoroso che aveva avuto conclusioni negative. Nel primo tentativo le cose hanno avuto questa brillante evoluzione. Avevo cominciato a frequentare una ragazza che mi piaceva, ma dopo due o tre volte che ero andato a trovarla, il parroco ha telefonato a mia madre dicendole che mi comunicasse che lei era già occupata con un altro ragazzo.

Questo avvenne quando le vie della provvidenza passavano per le parrocchie. Mi capitò anche di frequentare un'altra ragazza per alcune volte e che per posta mi raggiungesse con una lettera del padre che mi diceva che sua figlia non era interessata a me. In questo caso mi sentii stranamente rincuorato da mia madre che pur privilegiando il penultimo dei mie fratelli mi consolò proponendomi di credere nella collaudata frase:-chi non mi vuole non mi merita-. La cosa funzionò perchè andai subito a prenotare una settimana sciistica in Adamello.

A proposito di questo fratello inserisco un dato di cronaca che può essere interessante per sviluppare il concetto che non sempre l'acqua cerca il rabdomante, ma che anche il rabdomante deve darsi da fare. Sui dodici anni infatti mi ero accorto che avevo una bruttissima calligrafia, infantile e pessima, mentre il sunnominato fratello ne aveva una che a me sembrava a dir poco meravigliosa. Fu così che tranquillamente gli chiesi se me la prestava. Lui mi scrisse le lettere del suo alfabeto staccate l'una accanto all'altra e io mi misi a imparare a copiarle. Ne venne fuori un grafia un po' a stampatello perchè riuscii a fare pochi collegamenti e tuttora non ne è risultata una calligrafia che fluisce e confluisce, però mi piace e piace anche agli altri. Non so che cosa sarebbe successo se avessi continuato a vivere usando la mia, però sono sempre stato contento e soddisfatto di questa operazione fino a riuscire a convincermi che l'invidia non è sempre un vizio capitale, ma che almeno nel mio caso poteva essere definita una virtù. Questa situazione ha dato luogo una volta ad un bell'episodio. Mi trovavo alla televisione con una psicologa che mi intervistava. Ad un certo punto mi chiese di poter interpretare la mia calligrafia. Risposi che non era il caso di fare un'operazione del genere perchè non avrebbe avuto senso per il fatto che io usavo la grafia di mio fratello. Non so se la sua risposta rispondesse o meno ai canoni di una grafologia ortodossa, dato che credo che casi del genere non siano tanto frequenti, ma si tolse dall'impasse dicendomi che dal momento che avevo scelto di usarla, si poteva ritenere che fosse diventata totalmente mia. Mi rimangono tuttora delle perplessità, ma, dato che mi diede delle connotazioni molto positive non trovai nessuna necessità di contestarle.

Ma torniamo al filone "sorgenti dell'amore", perchè credo che qui abbia avuto la prova che ero "caro agli dei".

Per il secondo servizio militare ero stato mandato per sei mesi a Firenze alla scuola di Sanità per seguire il corso Allievi Ufficiali. Qui mi dedicai al russo, feci un corso in Arno per imparare a nuotare e per la prima volta nella mia vita divenni il "primo della classe". Infatti, essendo risultato il primo in graduatoria su tutto il corso ottenni di poter scegliere la sede per completare il mio servizio, scelsi Brescia e così al momento giusto mi trovai nel luogo giusto per essere colpito al cuore dalle freccioline di Cupido, il dio ben-dato dell'amore.

E arriviamo alla situazione che ha modificato radicalmente la mia vita. Di domenica e nei giorni festivi ero libero dal servizio che prestavo nella farmacia dell'ospedale militare locale.

Era la notte dal 5 al 6 Gennaio 1948, cioè Epifania, notte perciò delle grandi rivelazioni. Feci un sogno, mi svegliai con la sensazione netta e precisa di aver sognato la mia futura moglie. Non ne ricordavo i lineamenti ma avevo la matematica sicurezza che proprio quel giorno l'avrei incontrata e l'avrei riconosciuta.

Sci in spalla mi diressi verso Piazza della Loggia dove non ci aspettavano dei pullman, ma uno scassato camion ex militare e una autoambulanza della guerra 14-18. Io come amico del capogita trovai posto nell'ambulanza. Come ex caporale della Croce Rossa e come attuale sottotenente farmacista forse era anche il mezzo che poteva essermi più consono. In Piazza, benchè mi fossi attentamente guardato in giro, vidi che non c'era la persona che cercavo. La mia attenzione si concentrò però sul fatto che dovevamo fermarci a raccogliere una ragazza a Rezzato, un paese a una decina di kilometri dalla città.

Nell'aprire la portiera posteriore dell'ambulanza, pur alla fioca luce di un lampione la riconobbi subito come "quella del sogno" e mi congratulai con la mia buona stella per il buon gusto con il quale me l'aveva scelta. Era infatti una ragazza castano-bionda con dei lineamenti molto belli e dolci e due meravigliosi occhi azzurri. Alla fioca luce di una lampadina che pendeva dal centro del soffitto ebbi tutto il tempo di coccolarmela con gli occhi per tutto il tempo dell'andata e del ritorno dal Bondone, località alla quale eravamo diretti. Ma avvenne un'altra cosa simpatica che mi confermò che anche gli dei erano favorevoli al nostro incontro. Con il capogita mi ero messo d'accordo per una fermata a Riva per andare a messa e fu così che mi sentii chiedere dalla ragazza, che avevo sentito chiamare Marisa, se sapevo dove si potesse trovare una messa. Su una settantina di persone che componevano la spedizione fummo gli unici due a frequentarla.

Durante la giornata feci tutto il possibile per sapere di lei tutto quanto avrebbe potuto essermi utile per poterla reincontrare. Dato che lei sciettava e io sciavo allora piuttosto bene, tra una discesa e l'altra mi fermavo a farle un po' di scuola. A mezzogiorno le offrii un caffè. Alla sera a Riva le offrii un "doppio Kümmel" al quale ne fece seguito un altro e dopo questa ultima tappa a discreta gradazione alcoolica, ci avviammo verso Brescia. Ad un certo punto, quando un ragazzo suo amico le mise la mano su una spalla, mi accorsi anche che ero già geloso. Forse anche la gelosia non è solo un vizio capitale, ma usata in giuste dosi può diventare una virtù. Al momento del commiato ci salutammo come se nulla di particolare fosse accaduto, ma io avevo già tutte le coordinate geografiche per poterla rintracciare.

E' facile immaginare in quale stato potessi essere in quei giorni. Un pallido residuo di razionalità sottolineava il fatto che poteva essere una cosa da pazzi inseguire questa chimera, ma ormai l'innamoramento aveva vinto e così come si usava a quei tempi mi recai dal Parroco di Rezzato, che conoscevo perchè compaesano mio, non per fissare già il giorno delle nozze, ma per avere semplicemente qualche informazione. Quando mi disse che aveva già un ragazzo, figlio di un farmacista della città, mi venne un accidente. Mi domandai come facessero gli altri a sapere già ciò che io non sapevo ancora. La cosa poi si ridimensionò quando, dopo che avevamo cominciato a frequentarci, mi disse che in realtà, in quel periodo aveva un amico che era figlio di un farmacista.

Dopo essere stato da questo sacerdote, il giorno 14 di quel mese di Gennaio andai a trovarla, le chiesi di poterla frequentare, e ci accompagnammo così fino al 2 Gennaio dell'anno successivo, giorno nel quale ci sposammo. Naturalmente durante l'estate per cancellare il gran rifiuto della ragazza dell'anno precedente ci siamo fatta una settimana sciistica in Adamello, e questa volta non ero più solo. Oggi è il 13 Dicembre e fra non molti giorni, il 6 Gennaio del '98, saranno 50 anni di favolosa vita di coppia che festeggeremo in compagnia di cinque figli che non sono arrivati portati solo dalle acque delle sorgenti. Qualche volta anche il rabdomante se vuole l'acqua deve andare a cercarsela.

A proposito di figli, come coppia eravamo teoricamente del tipo: "dodici lo chiamano papà", come diceva un film di quell'epoca che ci era molto piaciuto. Ma quando siamo arrivati al sesto, avendo dovuto iniziare a confrontarci con le nostre capacità di allevarli ed educarli, ci siamo fermati a metà percorso. E' stata anche questa una meravigliosa avventura che ha dato molte gioie ma anche grossi dolori. Anche la vita del rabdomante non è fatta solo di sorgenti di felicità, ma anche di dolore e sofferenza. Abbiamo infatti dovuto dare l'addio al secondo figlio ancora in sala parto. Era nato con difficoltà respiratorie ed è morto nel mattino del suo crepuscolo. Non ricordo come sia avvenuta la scelta del suo nome. Non ricordo se l'avevamo già scelto prima o se l'abbiamo inventato o reinventato quando ci è stato detto che, se volevamo battezzarlo avevamo a disposizione solo pochi minuti. So solo che lo chiamammo Alberto e dopo 5 minuti la luce della sua brevissima alba si era già oscurata. Credo che questa sia stata fino ad ora la più grande sofferenza della mia vita, per la quale mi è venuto terribilmente spontaneo piangere e singhiozzare.

Passo ora a parlare della scelta della prima professione e del passaggio a quella successiva. Non so quanto margine di scelta abbia avuto il mio io quando, in un momento nel quale avevamo due farmacie da condurre e io avevo due fratelli assenti per la guerra: uno sul fronte russo e uno prigioniero in Germania, fosse in azione come farmacista solo mio padre. Poi, dopo due anni di università e il rientro di uno dei fratelli io fui spedito in Germania in servizio di leva con la Repubblica Sociale.

Ma la cosa buffa avvenne quando, rientrato in circolazione dopo la fine della guerra, mentre mi avviavo a discutere la tesi di laurea, mi trovai a passare davanti ad una edicola e ad essere attratto da una rivista di psicoanalisi che comperai.

Psicologia e psicoanalisi cominciarono così a costituire il mio secondo interesse e dopo ventun'anni iniziarono a diventare l'interesse predominante. Nel '68 infatti iniziai corsi di formazione in Francia, in Germania e in Svizzera. Misi in moto la mia analisi personale in lavoro di gruppo e la successiva formazione a gruppoanalista. Nel frattempo, preso atto che nessuno dei miei figli era interessato a seguire la mia professione, venduta la farmacia, mi dedicai alla psicologia e alla psicoterapia, delle quali sono tuttora discepolo e apostolo entusiasta. La costituzione a Brescia del Centro Persona Coppia Gruppi, da me aperto nel '72, siglò ufficialmente il mio passaggio di categoria. E' una professione affascinante e pertanto non riuscirei a trovare, anche se lo volessi, una professione e una occupazione del tempo più positiva e più realizzante di questa, per me e forse anche per gli altri.

Nel 1973 scelsi di partecipare a Zurigo al congresso dell'Associazione Internazionale Psicoterapia di Gruppo e li conobbi, appena, appena in tempo prima che morisse, Jacob L. Moreno, il fondatore e propugnatore dello Psicodramma e della terapia psicodrammatica.

A Zurigo lavorai con Anne Schutzenberger in uno psicodramma da lei condotto ed ebbi così la mia iniziazione ad una tecnica che nel 1980 provai a fare mia a Brescia attraverso una formazione condotta dal Dr. Gianni Boria. Avevo così trovata, e a portata di mano, la modalità terapeutica che sembrava confezionata su misura per me, per il mio temperamento e per la mia costruzione mentale.

Mi spostai subito dalla gruppoanalisi allo psicodramma, tecnica che uso tuttora con grande entusiasmo, anche perchè non serve solo come psicoterapia, ma anche come promozione di una personalità ricca, duttile e creativa, quella che io chiamo in una poesia:

PERSONA VIVA

bocca che parla si stupisce e bacia

corpo che vibra i palpiti dell'universo

cuore

utero chiuso e nido a cielo aperto

A sessant'anni credevo di essere arrivato al massimo delle mie capacità e dell'applicazione delle stesse e cominciai a pensare che la mia vita potesse tranquillamente finire.

La morte non mi preoccupava, ma preferivo che arrivasse quando voleva lei e così smisi di leggere i necrologi sul giornale locale. Non volevo infatti che mi potesse capitare di trovarvi il mio annuncio di morte.

Ma, a parte questa battuta, nulla cambiava e anzi mi accorsi che tutto continuava a fluire e mi accorsi che, anche quelli che chiamiamo gli acciacchi delle persone anziane, non necessariamente peggiorano, ma eventualmente, come a qualsiasi età, sanno essere disturbi che possono anche passare, per lasciare magari il posto ad altri consimili.

Sull'onda di questa ripartenza creativa, nel 1984 incontrai un intoppo. Persi l'uso dell'occhio destro per una degenerazione dei tessuti della retina e da due specialisti su quattro mi sentii dire che era compromesso anche l'occhio sinistro che fino allora non avevo mai potuto far funzionare per un problema di non facile accomodazione fra i due. Non cercai per scaramanzia il quinto specialista che avrebbe potuto costituire una maggioranza della quale non avevo bisogno, dato che il mio era un disturbo non curabile dalla medicina tradizionale.

Ma anche questa volta la stella che illumina le notti dei rabdomanti non mi abbandonò. Intanto che il mio occhio sinistro imparava a funzionare come il suo fratello perduto, cosa che avvenne in quattro lunghi mesi, io catturai in televisione una notizia che sembrava proprio dedicata a me. A Torino c'era uno specialista che stava sperimentando l'uso della pranoterapia su questo tipo di disturbi, ospitando nel suo studio un noto pranoterapeuta.

Mi fece una buona impressione. Me lo ricordo come un gigante dolce e affabile che danzava nello spazio con passo leggerissimo, sostenuto da due piccolissimi piedi e che applicava al mio occhio una gigantesca manona, dalla quale si diffondeva in tutto il corpo un favoloso tepore . Sembrava proteso verso l'alto e intento a catturare anche le minime energie vaganti nell'universo.

Mi sottoposi alla cura e a distanza di molti anni -sono infatti in attesa del 1998-, ci vedo ancora bene. Tuttavia non mi sono per ora fidato a verificare come sta di salute il mio fondo dell'occhio, potrebbe arrabbiarsi con me per mancanza di fiducia.

Nel frattempo mi era capitato un altro inghippo, particolarmente grave per un rabdomante. Il mio impianto idraulico personale stava andando in crisi per restringimento improvviso delle tubature. Io personalmente non potevo farci niente, ma il chirurgo intervenne nel modo più consono alle mie necessità idriche, e anche questo fu sistemato.

Ma una meravigliosa sorgente... di gioia è venuta a trovarmi nell'estate del 1986 e precisamente il 14 Agosto.

Come psicoterapeuta ho la sana abitudine di ritenermi in formazione permanente e pertanto, siccome non mi sembra possa essermi bastata la formazione a gruppoanalista e nemmeno quella a psicodrammatista, continuo a mettere e tenere in forma le mie capacità terapeutiche.

Mi trovavo quell'anno a frequentare una settimana sulla gestione delle emozioni e dell'armonia del corpo in una Tenuta che si trova a Rosano nella campagna di Alessandria e che apparteneva al Centro "Età dell'acquario".

Avevamo dedicato il pomeriggio ad un lavoro di massaggio che veniva praticato a corpo ed anima nudi. I nostri pori della pelle si erano aperti all'universo e agli altri in una dilatazione che potremmo chiamare cosmica. E così arrivò per me un altro degli ormai numerosi interventi magici.

Alla fine di questo lavoro i due terapeuti ci comunicarono che quella sera sul prato del chiostro avremmo realizzato una performance di "teatro ontologico", detto anche "teatro dell'essere". A turno ognuno di noi doveva, sotto l'occhio vigile e violentemente carezzevole di un faro da teatro, rappresentare e presentare il proprio io in modo creativo.

La prima intuizione che mi venne fu: "io sono l'arcobaleno della notte". Sull'onda di questa certezza, dato che avevamo a disposizione un vero guardaroba da teatro mi misi a cercare qualcosa che mi potesse servire per essere e apparire come tale.

Trovai una meravigliosa tunica nera a fiamme rosse che sull'orlo del colletto portava la targhetta "abito del fuoco". Cercai poi qualcosa da mettere in testa e scelsi un berrettino a cornetti con campanellini, classico copricapo dei giullari di corte del Medioevo. Sentii che mi mancava uno strumento e incappai in due campanelline di bronzo che sono chiamate siamesi perchè come i ben noti fratellini, sono unite fra loro da una stringa di pelle. Mentre facevo queste ricerche mi venivano alla mente a raffica delle bellissime immagini relative al tema che mi ero scelto.

La rappresentazione dovette essere rimandata di un'oretta per un piovasco d'estate che servì a lavare il cielo e a renderlo ideale per farci godere la pioggia di stelle di quella notte.

Cominciarono così i lavori. Un terapeuta, Leonardo Marletta, attraverso improvvisazioni con il pianoforte e mixage di cassette preregistrate faceva da colonna sonora. La terapeuta, Paola Pacifico faceva al microfono dei rilanci servendosi di brani di poesie sue e di altri.

Avvennero così delle cose meravigliose, che pur essendo improvvisate, sembravano realizzate da attori consumati. L'unica mia esperienza teatrale l'avevo fatta all'oratorio di Bagolino dove dopo avermi collocato in una culla mi dissero che dovevo fare dei sonori "Ohè". Cosa che, per il resto mi riuscì benissimo e fu pure applaudita. Ma qui, a mano a mano che i compagni di gruppo si esibivano, la mia autostima andava via via calando di tono. Probabilmente mi salvò il fatto che ad un certo punto un compagno mi impegnò in una sua improvvisazione e questo mi pose in vantaggio, poichè quando fu il mio turno, avevo così già "calcato le scene" come si direbbe usando i termini appropriati.

Appena uscito sul prato mi sentii accecare dal faro, i contatti con i compagni spettatori sembravano tagliati e mi trovai solo e abbandonato. Presi il coraggio dove sembrava non ce ne fosse proprio più e dopo aver dato alcuni energici squilli con le campanelle cominciai:

"Udite, udite genti, odi tu donna che vivi a me vicino, odi tu uomo che vieni da lontano: Io sono l'arcobaleno della notte nato dalle tenebre in questa sera di magia.

Mi chiederete quali sono i miei colori. Chiudete gli occhi e li vedrete.

Sono il pianto di un bimbo nella notte

la luce negli occhi di due innamorati che si cercano nel buio.

ecc. ecc."

Ma il momento più tragico è intervenuto quando mi sono bloccato sulla immagine di "un fuoco d'artificio che nasce dal buio e muore nel buio sulle rive di un lago in una sera d'estate."

Forse, sentivo di non poter sfidare la pioggia di stelle che scendeva dal cielo.

Dopo qualche istante di silenzio ho aggirato l'ostacolo dicendo:- sono un piccolo uomo che si impapera e s'impappina-, e son così riuscito a continuare fino a esaurimento delle immagini che fluivano dalla mia testa a getto continuo. Raggiunti i compagni mi sono sentito chiedere di chi fosse quella poesia che avevo declamato. Solo in quel momento mi resi conto del dono che mi era giunto in quella sera di magia. Infatti, data la mia poca dimestichezza, nel periodo scolastico, con i componimenti di italiano, non mi sarei certo mai immaginato che un giorno avrei potuto scrivere poesie. Mi sono così affrettato a mettere per scritto ciò che ricordavo e così è cominciata per me una nuova era perchè un nuovo meraviglioso gioco era apparso al mio orizzonte di eterno bambino, piccolo Pan che non si decide a crescere.

Rientrato a casa ebbi appena il tempo di comporre nove poesie: due a Marisa, la donna amata e sette su temi dell'universo che ci circonda, che un mattino', rigirandomi nel letto del primo sole, mi trovai con una potente peritonite. Una corsa in ambulanza in ospedale, febbrili esami di laboratorio e a mezzogiorno e mezzo ero già in sala operatoria, a perforazione già avvenuta, a farmi squartare come un pollo. Mi resterà per sempre il dubbio che sia stata una peritonite da esplosione poetica, ipotesi suffragata anche da qualche specialista di medicina psicosomatica. L'altra ipotesi potrebbe essere che la poesia sia nata da una peritonite in incubazione. Indubbiamente le mie poesie sono più di pancia che di testa, cioè qualcosa che io definirei prelogico. Ma ormai il giocattolo c'era e anche l'occhio poetico aveva già cominciato a funzionare. L'incontro in sala preoperatoria con Luisa, una graziosa infermiera bionda che mi attendeva per farmi una iniezione preanestetica mi fece infatti sparire i dolori giusto per il tempo che mi fu necessario per comporre a mente una breve poesia. Durante la settimana nella quale rimasi a letto per la fase postoperatoria e per una polmonite, dono suppletivo, composi altre cinque poesie su quanto i miei occhi e la mia mente avevano potuto catturare. Misi per scritto il tutto la prima mattina nella quale mi permisero di sedermi a tavolino. Prima di uscire avevo già totalizzato quattordici liriche, tutte a tema ospedaliero, visto con un occhio disincantato che oscillava tra il serio e il burlesco. Quando feci dono a Luisa di quanto avevo scritto, si commosse fino alle lacrime. E' bello riuscire a far piangere di gioia una ragazza! Rientrato a casa, la convalescenza fu piuttosto lunga. Ma mi colpì particolarmente una poesia che nacque in quei giorni e della quale per molto tempo non riuscii a cogliere il significato.

L'UCCELLINO E IL VENTO DEL NORD

sono un uccellino dal becco spalancato

vivo di vento il vento del nord

mi nutre d'odori di muschi e licheni

di fiabe di boschi di gnomi e folletti

di buio di notti che incombono sempre

di color di tramonti che non muoiono mai

vento soffia più forte

che io possa venire... a scoprire il tuo nido

Due anni dopo, in una poesia che nacque da un sogno, successivo ad un incontro bresciano con il poeta Mario Luzi, ne trovai la chiave di lettura.

Riporto ora questo secondo elemento:

UCCELLINI NUTRITI DAL VENTO sogno

piccoli uccellini da nido

disposti qua e là su una brulla pianta come grosse gemme di primavera

pigolanti attendono a becco spalancato

larve invisibili portate dal vento

Forse, mi diventò tutto più chiaro: gli uccellini da nido sono i poeti che si nutrono anche di ciò che attraverso il vento ricevono dagli altri, poeti e non poeti. Credo che il poeta non sia un essere onnipotente che crea da solo tutto ciò che produce, ma anche un'antenna parabolica che cattura, o un uccellino che riceve nutrimento. Ecco che allora si può trovare una spiegazione della prima lirica. Non sono solo il Terenzio convalescente che ha bisogno di nutrimento, ma sono anche il bimbo, poeta curioso che vuol sapere da dove è arrivato questo dono. Naturalmente i boschi e i tramonti della Lapponia, visitata qualche anno prima, possono essere stati una buona fonte.

A questo punto una curiosità sulla quale mi piacerebbe soffermarmi è quella relativa al rapporto tra poesia e psicodramma.

Mi piacerebbe per esempio sapere quale delle due è nata dall'altra o almeno quale possa essere stata l'interazione tra le due. Non è facile pensare che la poesia sia esplosa totalmente in quel momento e dal nulla. Probabilmente una modalità lirica di vedere le cose ci deve essere stata anche prima. Questo contatto con il cosmo mi apparteneva da tempo. C'era stato anche un periodo dai venti ai trent'anni nel quale mi ero dedicato alla fotografia d'arte, partecipando anche a mostre ed esposizioni in Italia e all'estero. Come pure, successivamente, per un certo periodo abbastanza lungo, mi ero dedicato alla cinematografia amatoriale. Una sensibilità a vivere e a collocarmi nello spazio con una certa modalità erotico-estetica mi era sicuramete consona. Una particolare passione per lo psicodramma sentito come la mia tecnica privilegiata tra quelle apprese mi fa pensare che sia stata determinante. Per chi non conoscesse lo psicodramma potrei dire in breve che esso si radica su una ricerca di armonia tra conscio e inconscio, sull'uso della modalità di gioco del bambino e su una relazione feconda tra persona e universo alla ricerca di una armonia che sia il più possibile totalizzante. Immaginiamo infatti la psiche non solo come una componente della personalità ma anche quel qualcosa di indefinibile che intride e mette in comunicazione le varie componenti della personalità e tutto quanto di conosciuto e sconosciuto la circonda e le fa da supporto realistico e magico.

Lo psicodramma si realizza in una stanza che viene definita teatro nella quale la mente si esprime e il sogno prende corpo nell'azione. La parola dramma infatti la si deve intendere nel significato di azione. Fortunatamente nello psicodramma non metto in atto "una tecnica" di terapia e/o di promozione della personalità, ma avviene una relazione concreta e poetica con le persone, ognuna delle quali viene aiutata a realizzare il possibile artista di se stesso che abita in lei e che può essere aiutata anche dall'esterno ad esprimersi. Indubbiamente è anche una tecnica di teatro che da luogo talvolta ad espressioni spontanee di arte drammatica che nasce dalla comunicazione profonda tra chi conduce, il protagonista che lavora e il gruppo che fa da contenitore e da crogiolo di una fusione che permette, passando attraverso ad una con-fusione guidata, di giungere ad assumere la capacità di realizzare nuove fusioni catartiche, cioè liberatorie, armonizzanti e totalizzanti. L'assunzione di nuove armonie nel teatro interiore di ognuno permette un'interazione più profonda e feconda con il teatro interiore degli altri e con il teatro esterno composto dagli altri e dalle cose e dalle forze che compongono l'universo. Questo lo si può raggiungere attraverso la messa in essere di una spontaneità tale da permettere l'assunzione di possibili nuove espressioni positive per il vivere quotidiano. La capacità di riscoprire l'importanza della permanenza di un bisogno di gioco liberatorio anche nell'adulto crea nuove possibilità di realizzazioni forse insperate e la scoperta di ricchezze assopite o congelate dall'instaurarsi di modalità ripetitive limitanti.

Se non è facile stabilire quale delle due coppie di forza poesia-psicodramma abbia influito sull'altra, quello che mi sembra di aver potuto verificare è che la poesia ha dilatato notevolmente la mia capacità di dare un significato universale al rapporto persona persona e persona cose. Nello psicodramma si da parola a tutto ciò del quale siamo composti e a quello che ci circonda. La poesia dilata in modo incommensurabile il dialogo dell'universo e con l'universo, crea la possibilità di nuovi percorsi di comunicazione a livello inconscio, particolarmente nelle dimensioni: collettiva, ancestrale e magica.

Vorrei partecipare un piccolo fatterello capitato in questi giorni. Stavo lavorando con un gruppo di psicodramma sul tema: "Io, l'altro, l'altra" in una seduta aperta ai curiosi di questa modalità di intervento sulla personalità. Ho proposto per riscaldare il gruppo alla comunicazione, interiore di ognuno, e collettiva tra i componenti, un gioco con palloncini colorati gonfiati a bocca. Il gruppo era in cerchio e un primo palloncino da me offerto ha cominciato a volare qua e là per la stanza lanciato dolcemente o bruscamente dai colpi che ognuno gli appioppava. Dopo le prime risate che cominciavano a riscaldare l'ambiente, ho inviato in orbita, un secondo palloncino, poi un terzo e successivamente un quarto.

Il gioco si faceva sempre più animato e le risate sempre più spontanee, partecipate e partecipative. Ma ad un certo punto è avvenuto un fatto curioso. Uno dei palloncini: il più grosso, il più rosso , è andato ad appendersi al soffitto. Naturalmente potrebbe essere facile fare una lettura scientifica dell'accaduto. Nel palloncino ad un certo punto, per il trattamento subito si è costituita una energia elettrostatica che ha prevalso sulla forza di gravità che gli è propria. Ne abbiamo invece approfittato per dargli la parola e a ognuno è stato chiesto di diventare il palloncino e di parlare su quanto stava avvenendo nella stanza. Dal piano realistico siamo così passati al piano irreale-magico.

Quando poi una persona del gruppo ha cominciato a lavorare abbiamo dato al palloncino la funzione di satellite che sorvegliava dall'alto per aiutarci a vivere in pienezza ciò che ci stava accadendo. E quando, in un certo momento del lavoro, il palloncino è sceso dal suo cielo, gli abbiamo chiesto che cosa lo avesse spinto a scendere dalle nuvole per venire ad abitare con i mortali.

Non so quali ricordi io possa avere della mia infanzia riguardo ai palloncini, penso però che anch'io avrò posseduto qualche volta un palloncino, che anche a me sarà fuggito per fermarsi al soffitto o per sparire irrimediabilmente nel cielo accompagnato dai miei pianti.

Ricordo che alcuni anni fa, nella giornata successiva alla fiera di San Faustino, patrono della mia città, ho trovato un palloncino nel giardino di casa mia, e che da esso è nata una poesia:

FIERA DI SAN FAUSTINO

IL PALLONCINO A CONIGLIETTO

trattenuto dalla mano di un bimbo

freme nel vento un coniglietto

nell'aria nel sole con uno strattone

si libra nel cielo felice

piange un bimbo

e buia cala la fredda notte sulla terra

ora nuovamente nel sole

dalle spine di un roseto inchiodato

assisto sgomento... all'agonia di una libertà

C'è un'altra mia poesia che parla di palloncini che spuntano dal cassonetto dei rifiuti lungo una strada di collina in una ventosa giornata di primavera:

IL PALLONCINO E IL CASSONETTO DEI RIFIUTI

un rosso palloncino affacciato al cassonetto

attende un colpo di vento che l'afferri e lo liberi

un soffio di magia lo mette in cammino sulla strada dei suoi sogni

sulle incerte piccole invisibili rosse gambette ballonzolante s'avvia

acquattato all'ombra d'un cespuglio giallo un palloncino l'attende

Insieme affrontano dubbiosi e felici

l'avventura d'una vita rubata alla morte

Ed ora partecipo una storia vera, nata forse da queste combinazioni di bambinità, poesia, psicodramma e vita.

Mia moglie e io eravamo a Mosca con un "viaggio organizzato". In una delle solite visite guidate della città stiamo pazientemente aspettando il nostro pullman che ci porti in albergo. Vedo che in un'edicola ci sono dei palloncini in vendita. Ne acquisto uno, lo gonfio e comincio a giocare con mia moglie. Poi man mano si uniscono a noi i componenti del gruppo e anche vari passanti si lasciano contaminare dal gioco.

La storia potrebbe essere intitolata: "Mosca: con un palloncino a spasso per la città".

Considerazioni su ciò che sto scrivendo e come.

Mi pare che a questo punto possa essere importante fare una parentesi e parlare dell'andamento di questo scritto. Mi è venuta un'immagine che sento il bisogno di partecipare. Penso che qualcuno dei lettori avrà forse un'idea concreta o pallida su che cosa sia la flottazione in Lapponia.

Le piante tagliate per fare legname vengono affidate all'acqua dei fiumi perchè le porti al mare. La prima tappa è il lago più vicino. Ma di tanto in tanto si incontrano delle piccole o grandi anse nelle quali si formano dei piccoli mulinelli nei quali i tronchi rapidamente o lentamente girano senza posa, memtre un branco di anatre selvatiche tiene loro compagnia. Mi viene però da pensare che ripartiranno quando il fiume andrà in piena o i boscaioli li aiuteranno a riprendere la loro corsa nella corrente del fiume. Una volta abbiamo avuto una piccola avventura. Aiutato da un figlio ho bloccato un paio di tronchi, li abbiamo legati fra loro e abbiamo tentato di usarli come zattera. L'esperimento è durato poco perchè siamo stati disarcionati e scodellati in un'acqua gelida che più gelida non sarebbe stato possibile sopportare. Comunque, resto sempre del parere che nella vita l'aspetto più importante da cogliere non sia quello del pensare, ma del giocare sia con la realtà che con la fantasia.

Quali considerazione potrei fare ora che riguardino questo scritto? Sono un albero che si diverte ad affidarsi alla corrente che lo porta verso il mare. Ho invitato il lettore a fare questo percorso con me. Ora corriamo portati dalla corrente, ora ci fermiamo in un'ansa, ora arriviamo a un lago e un rimorchiatore ci riunisce ad altri tronchi e ci porta dall'altra parte per farci fare un altro pezzo di strada che ci permetta di raggiungere il mare o forse anche direttamente l'oceano dove poi saremo caricati su di una nave e portati qua e là per il mondo per essere impiegati a far parte, con modalità diverse, della creazione e ri-creazione dell'universo.

La cosa diventa anche più interessante se proviamo a immaginarci che l'acqua è un divenire, dalla sorgente all'oceano, ma che è anche un presente pieno. Ogni goccia è contigua all'altra e gioca con lei sia in discesa che in salita e pertanto possiamo rappresentarci con un po' di fantasia il nostro tronco che va in senso inverso, come se guardassimo nella moviola le scene al contrario. Potremo così vedere una rete di fiumi che vanno al mare e seguire i nostri tronchi che dai fiumiciattoli confluiscono in quelli più grandi, come pure, con una fantasia più sbrigliata li possiamo veder risalire, come salmoni, dal mare al grande fiume e ad affluenti sempre più piccoli e perfino sorprenderli quando da tronco ridiventano pianta che appartiene alla taiga sia nel sole totale dell'estate lappone che nell'oscurità infinita dell'inverno polare. Credo che della Lapponia mi siano rimasti nell'anima i lunghissimi tramonti di un sole che si libra sul mare e sulla terra senza mai scendere totalmente né sparire. Se è vero che il crepuscolo, particolarmente quello del mattino, è il mio momento creativo migliore, si può facilmente immaginare che cosa possa aver significato per me la fusione dei due crepuscoli, ora vissuti con lo sfondo di un oceano, e ora immersi in una immensa distesa di betulle.

Per chiudere questa lunga parentesi mi sembra di poter dire che questa è l'atmosfera del viaggio che sto vivendo con il lettore e questo è il percorso e il modo di partecipazione che propongo.

Ma vediamo ora che cosa avviene quando l'acqua viene a mancare. Ci da qualche indicazione in proposito una ragazza che si chiama "Violetta del campo" attraverso un racconto che mi è giunto da lei via Internet.

FERRAGOSTO 15 agosto 1996

Da sola, ormai da tempo in quel mare di sabbia e sole, percorrevo quella strada desolata; ebbi sete e mi fermai. Guardai indietro con disperazione, ero affranta, stanca, delusa, tentai di ricordare; sorpresi la memoria di una fanciulla che si avventurava lungo un sentiero verde e rigoglioso di speranza; ero giovane e forte allora, avevo la fede nel cuore per aver superato le ferite del corpo. Senza neppure interrompere la corsa avevo volato e nuotavo poi lentamente. Il verde aveva cominciato a ingiallire, non me n'ero neanche accorta subito, avevo dovuto calpestare la sabbia arida e rovente del niente per capire dov'ero arrivata.

Ormai, accasciata al suolo, mi sembrò di morire alla fine di un breve lunghissimo viaggio, quando, mi sentii esortata da una voce misteriosa calda e forte:- Cerca l'acqua, bevila, e starai meglio.- La voce proveniva dal vento, ne fui un po' intimorita, ma riuscii ugualmente a muovere la mia curiosità, e, nonostante la fatica mi distruggesse il corpo e mi appiattisse l'anima, cominciai a guardarmi attorno per scoprire la fonte di quel suono inquietante. Scrutai ogni angolo dell'orizzonte finchè sorpresi la tua figura accanto alla mia. Non potevo guardarti nel volto perchè avevo il sole negli occhi, non ti conoscevo, e non sapevo niente di tè, eppure ti aspettavo da sempre. L'onda del mare, ora duna del deserto, profumava di tè; sapevo che esistevi, intuivo che saresti arrivato, e ora eri li alto e possente, così dolce e tenero. La mia sorpresa fu grande quando mi dicesti:- ho sete dammi da bere-. Tu, che mi esortavi a cercare l'acqua, dunque eri assetato come lo ero io; non capivo, non potevo credere che anche tu... ma ugualmente cercai, cercai a lungo, con la fatica della femmina che partorisce, con la dolcezza della mamma che nutre, con la grinta della donna che difende. Non avevo più acqua, e piansi, mi inginocchiai piangendo per la tua sete e per la mia, ma il deserto è come uno scrigno, conserva e coltiva ogni stilla che riesce a catturare; e quando si accorse delle lacrime preziose cadute nella sua sabbia, le custodì per farne una fonte. Ma tu continuavi a chiedere acqua, non capii subito, ma lentamente entrai dentro di me, e ripercorsi il mio sentiero a ritroso, per cercare dentro, quello che non avevo potuto trovare fuori. Giunta alla sorgente, pescai l'ultima acqua dell'infanzia, e te la donai; ma tu non la prendesti, e con gesto fermo e generoso, mi ridonasti quelle gocce, e prendesti a scavare con me. Lo facemmo con passione, la speranza era tornata; ci accapigliammo, nella foga ci urtammo, ci ferimmo, ci amammo, e fummo premiati. Là, proprio là, nel punto in cui era caduto il mio dolore, il deserto aveva maturato una fonte, e ci dissetammo, finalmente. Poi ti proposi di coltivare la pozza nel deserto affinchè la polla si trasformasse in oasi, e così fu. Le lacrime avevano nutrito un rigoglioso giardino, e il nostro segreto fu protetto da palme ombrose. -Nell'oasi che nasce dal dolore si può vivere una pausa eterna di felicità; ci si può fermare finchè non ritorna il desiderio di muoversi, e questo luogo potrà diventare il principio della fantasia-, sussurrasti. -Grazie per avermi donato il mio dolore-, risposi.

Qui il racconto si ferma

Penso che forse anche noi quel giorno o quella volta che saremo riusciti a dire alla persona che ci sta accanto:- grazie per avermi donato il mio dolore- potremo trovare anche nel "nostro deserto" una goccia di rugiada e di felicità.

Credo inoltre che un amore ben vissuto possa aiutare a trovare l'acqua anche dove non esiste o sembra che non la si possa trovare.

Questa però potrebbe sembrare una formuletta slogan da "cooperativa di consumo". Il problema è scoprire quale sia un amore ben vissuto. Forse è quello che si può inventare solo e sempre in modo diverso in ogni coppia e in ogni momento della giornata.

Un altro aspetto che riguarda i problemi dell'acqua lo troviamo in una favoletta che mi è piaciuta molto ma che non ricordo da dove mi sia giunta.

"In una località da qualche parte su questa terra si era verificata una grande siccità. Prima aveva cominciato l'erba dei prati a disseccare, poi i piccoli arbusti gradualmente cominciarono a soffrire e a morire. Ma giunse il giorno che anche le grandi piante cominciarono a non più trovare con le loro radici acqua e umidità nemmeno nel profondo.

Solo in un punto di questa ormai sconfinata distesa, bruciata dalla siccità, si vedeva un fiorellino quasi miracolosamente tenuto in vita da due gocce d'acqua delle quali non si capiva quale fosse la provenienza.

Un giorno si sentì che queste due gocce si consultavano fra loro sull'utilità della loro presenza in quel deserto. Ma un'enorme quercia con l'ultimo fiato che le era rimasto e che a stento aveva recuperato nell'ultima linfa che faticosamente era giunta al suo cervello, volse loro la parola dicendo: -Non spegnete l'ultima fiammella della nostra speranza e continuate a tener vivo quel fiorellino che consola con la sua presenza la nostra agonia e che potrà diventare forse il primo abitante della nuova foresta che potrebbe ancora sorgere qui in un possibile domani".

Credo che questo fiorellino possa proprio essere quello della speranza o quello della pazienza o di ambedue.

Tornando al rabdomante direi che anche quando l'acqua sparisce in un terreno sabbioso e si assesta su una falda profonda lui la sente e basta scavare quanto è necessario per trovarla.

Quando invece un corso d'acqua sparisce in un deserto troppo grande e troppo infuocato, dell'acqua si può anche non più trovare traccia.

A questo proposito è molto illuminante questa meravigliosa leggenda che mi è stata mandata in regalo via Internet da un'altra ragazza. E' proprio vero che se le ragazze non ci fossero bisognerebbe inventarle, e io me ne assumerei volentieri il compito.

Leggiamo ora insieme:

LA LEGGENDA DELLE SABBIE di Swami Anand Videha

Un fiume, dalla sorgente sulle montane lontane,

dopo aver attraversato paesaggi

di ogni genere e forma, raggiunse alla fine le sabbie del deserto.

Come aveva superato ogni altro ostacolo,

il fiume cercò di superare anche questo,

ma correndo nella sabbia s'accorse che le sue acque scomparivano.

Era comunque convinto che il suo destino

fosse di attraversare questo deserto,

anche se non c'era mezzo per farlo.

Allora una voce nascosta,

che veniva dal deserto stesso, bisbigliò:

"Il vento attraversa il deserto, così può farlo il fiume ".

Il fiume obiettò che si era lanciato con forza nella sabbia

con l'unico risultato di esserne assorbito,

mentre il vento poteva volare

e per questo riusciva ad attraversare il deserto.

"Lanciandoti con violenza

come sei abituato a fare,

non andrai mai dall'altra parte:

potrai scomparire o diventare un acquitrino.

Devi lasciare che il vento ti trasporti dall'altra parte,

alla tua meta".

" Ma come può accadere ? ".

"Lasciandoti assorbire nel vento".

Il fiume non poteva accettare un'idea simile.

Dopo tutto non era mai stato assorbito prima.

Non voleva perdere la sua individualità.

E una volta persa,

come poteva sapere se l'avrebbe mai riacquistata?

"Il vento", disse la sabbia,

"Ha questa funzione.

Solleva l'acqua verso l'alto,

la trasporta oltre il deserto,

quindi la lascia ricadere.

Cadendo come pioggia,

I'acqua diventa di nuovo un fiume".

"Come posso essere sicuro che questo e' vero?"

"E' così, e se non ci credi,

non diventerai altro che un acquitrino,

e anche in questo caso

potrebbero occorrere molti, molti anni,

e di certo non sarai mai più un fiume ".

"Ma non posso restare lo stesso fiume che sono ora ? ".

"In nessun caso lo potresti",

disse il sussurro.

"La tua parte essenziale viene trasportata lontano

e forma di nuovo un fiume.

Anche oggi vieni chiamato 'fiume'

perchè non sai quale parte in te

è quella essenziale".

Nel sentire questo,

nei pensieri del fiume

iniziarono a risuonare echi lontani.

Vagamente,

ricordò uno stato in cui lui

- oppure era una parte di lui? -

era stato portato nelle braccia di un vento.

E ricordò anche

- oppure I'aveva fatto ? -

che quella era la cosa reale da fare,

anche se non necessariamente la più ovvia.

Per cui il fiume levò il suo vapore

nelle braccia accoglienti del vento,

che dolcemente e con semplicità

lo fece salire verso l'alto e lo portò lontano,

per poi lasciarlo cadere delicatamente,

non appena raggiunsero la cima di una montagna,

molte, moltissime miglia più in là.

E poichè aveva avuto questi dubbi,

il fiume era ora in grado di ricordare e conservare

in modo più vivo nella sua mente

i dettagli dell'esperienza.

Egli rifletteva:

"Sì, ora ho appreso la mia vera identità ".

ll fiume stava imparando.

Ma le sabbie sussurravano: "Noi sappiamo,

perchè lo vediamo accadere giorno dopo giorno;

e perchè noi, le sabbie,

ci estendiamo senza interruzione

dal fiume fino alla montagna".

Per questo è detto

che il cammino lungo il quale il fiume della vita

deve continuare il suo viaggio

è scritto nelle sabbie.

Troviamo così in questa leggenda un altro meraviglioso percorso, quello della circolarità: oceani, deserti, evaporazione, pioggia, sorgenti. Anche la rugiada è acqua ed è bello d'estate, al crepuscolo del mattino trovare "nel proprio giardino", reale o metaforico, lucciole addormentate in gocce di rugiada che si svegliano ai primi raggi del sole.

Ma al mattino si possono anche trovare gocce di felicità, ed è quanto è avvenuta a me in una caldissima mattina dell'agosto del 1990. Per prendere qualche filo di brezza notturna, ci eravamo addormentati con la testa al posto dei piedi e viceversa. Mi sono subito domandato se questa poteva essere stata la causa scatenante o se il diverso orientamento del nostro corpo può aver generato questa magia. Ciò che in realtà è avvenuto è stata un esplosione di aforismi sulla felicità che ho dovuto raccogliere in un registratore da comodino perchè non se ne perdesse una stilla. Naturalmente dato che le lucciole non si erano ancora svegliate ho preferito anch'io chiudere il registratore e riaffidarmi al sonno. Le ho poi raccolte in tempo successivo in uno scritto mettendo come preambolo una poesia da me composta mentre, in macchina al semaforo, in attesa del verde, aveva cominciato a piovere.

GOCCE SUL MIO VETRO.

cade la prima goccia sul mio vetro

attente le altre si fanno strada

ora impazzite

corrono si sfiorano si accarezzano si amano

piccole gocce sul mio vetro

Propongo qua solo alcune gocce, rimandando alla raccolta completa chi mi sta leggendo e fosse interessato a continuarne l'assunzione:

- giocare a baseball con le gocce d'acqua che cadono sul parabrezza

- pennellare un'ombra di serenità su un volto triste, donandogli una poesia, un sorriso, o ambedue.

- accettare la compagnia d'una goccia d'acqua incontrata nell'oceano... o sotto la pioggia.

- accorgerci che qualcuno sta facendo qualcosa per noi, proprio per noi, e che lo fa con amore

- accarezzare un corpo e accorgersi che si sta dialogando

- incontrare due occhi e sentire che parlano con i nostri

- stormire con le foglie del bosco

- essere un granello di sabbia che gioca con l'onda sulla battigia

- accorgersi che ogni goccia del mare gioca con la vicina anche se non la conosce

- accorgersi di star respirando l'armonia dell'universo.

Contnuando con Il discorso della circolarità, possiamo ora scoprirne un altro aspetto attraverso questo pensiero e la successiva leggenda.

E' un pensiero taoista:

L'uomo quando nasce riceve due cose in eredità:

una sono le radici, l'altra le ali.

Le radici potrebbero essere il passato e le ali il futuro. Un aspetto importante dello psicodramma è particolarmente il fatto che si lavora nel presente, in un presente però che contiene le radici del passato e le ali del futuro; un presente da creare e ricreare per diventare il piu' possibile padroni della propria vita alla scoperta del modo per divenirne artefici.

"Fiaba Sioux

LE FRECCE DELL'UOMO DELLA MEDICINA (Lo sciamano)

Un uomo che possedeva un grande potere scendeva

un giorno lungo il torrente. Ogni volta che si imbatteva

in un grosso albero si fermava a osservarlo con

attenzione. Era proprio adatto? Non aveva troppi

rami? Allora l'uomo tirava un potente calcio all'albero e lo

abbatteva. Gli era sufficiente colpirlo una sola volta

con il piede per gettarlo a terra. L'uomo ripeté l'operazione

con i migliori alberi in cui si imbatté.

Passò di lì Wihio e gli chiese:- perchè abbatti gli alberi migliori,

fratello mio?-. L'uomo non rispose, ma continuò a farli cadere a terra.

Wihio lo prese per un braccio e disse:- non puoi farlo-.

Ribatté l'uomo: - mi sto procurando gli steli per le mie frecce.

Presto scenderò sul sentiero di guerra e ho bisogno di buone frecce, belle diritte-.

-Alberi di tali dimensioni non sono adatti per ricavarne frecce- osservò Wihio.

- Smettila di abbatterli. - Ma l'altro, che era un Uomo della Medicina, disse:

- Non impicciarti di questo. Come ti ho detto, mi servono steli per le mie frecce-.

- Se questi tronchi devono diventare frecce, allora sarai certo in grado di colpirmi con uno di essi- lo provocò Wihio.

- Sicuro - disse l'Uomo della Medicina; - allontanati un poco e poi fermati.-

Wihio percorse la distanza che solitamente una

freccia è in grado di compiere e si fermò, ma l'Uomo

della Medicina gli gridò di allontanarsi ancora.

Wihio si fermò altre quattro volte, ma ogni volta

l'Uomo della Medicina gli gridava che era ancora

troppo vicino. Alla fine Wihio giunse sulla cima di

una grande collina. Allora l'Uomo della Medicina afferrò

uno degli alberi, mirò con la punta delle sue

radici verso Wihio e glielo scagliò contro. Non ebbe

neanche bisogno di un arco. L'albero volò verso

Wihio e, mentre gli si avvicinava, le sue foglie facevano

un rumore simile a quello del vento. Wihio ebbe

il tempo di vederlo arrivare, poiché il tronco si

muoveva piuttosto lentamente. Cercò quindi di

scansarsi ma l'albero seguiva i suoi movimenti.

Allora corse verso una buca con l'intenzione di gettarvicisi

dentro, ma quella era troppo stretta e riuscì

solo a farci entrare a fatica la testa. L'albero colpì

Wihio trascinando via con sé il suo corpo. Solo il capo

rimase conficcato nella buca. L'Uomo della Medicina

giunse sul luogo dove giaceva la testa di

Wihio, mentre il tronco si trovava a una certa distanza.

La testa di Wihio disse: - abbi pietà di me e ricongiungimi

al resto del mio corpo-.

Rispose l'uomo: - Io ti guarirò. Ti volevo solo dimostrare che sono davvero in grado di tirare alberi- .

Detto questo rimise di nuovo la testa sulle spalle di Wihio, che fu guarito.

- Sei proprio un buon tiratore - gli disse quello riconoscente.

Questa leggenda mi ha messo decisamente in discussione riguardo al significato che può aver avuto per me il cambio di professione da farmacista a psicoterapeuta.

Nella grande maggioranza dei casi il farmacista fa un lavoro che tiene poco conto della globalità della vita, della sua "circolarità" e dell'influenza del passato e del futuro sul presente di ogni uomo. La terapia farmacologica basandosi più su basi scientifiche che su basi "olistiche" non tiene in conto a sufficienza dell'inscindibilità tra psiche e soma, tra mente e corpo. Il mio bisogno era diventato più totale e teso ad un intervento più totalizzante. E non mi interessava più tanto la sola terapia di disturbi già presenti e talvolta già consolidati, quanto un intervento che puntasse più ad aiutare gli altri particolarmente da un punto di vista promozionale. Mi sentivo portato ad effettuare degli interventi non tanto sintomatici, tesi cioè a diminuire o togliere i disturbi sia fisici che psichici, quanto volti a favorire un'evoluzione armonica dell'uomo e della donna rispondente ai loro bisogno di essere persone capaci di gestire al meglio le doti innate e quelle acquisite in vista di una felicità e di una serenità possibile. Mi chiederete quanto questa fiaba possa entrare in questo discorso. L'aspetto che mi sembra più significativo di questa fiaba è la modalità con la quale l'uomo della medicina sceglie le sue frecce e le usa. Qui troviamo che invece di essere la cima e il tronco che mettono ali alle radici, sono le radici che hanno la funzione direzionale, sono esse che invece di dare la spinta fanno dell'albero un tutt'uno che vola, che fluisce nella direzione utile a colui che potremmo chiamare un malcapitato. Solitamente fra le cose che creano problemi all'uomo ci può essere una testa con una razionalità eccessiva che ostacola l'armonia fra le varie componenti della personalità. Un altro aspetto che può creare problemi è il vivere con la testa fra le nuvole o i piedi troppo per terra. L'intervento dello sciamano può sembrare forse un po' troppo radicale, notiamo infatti che agisce dalle radici, con le radici, sulla testa, staccandola addirittura dal collo e poi riattaccandola. La favola dice: "rimise di nuovo la testa sulle spalle". Sappiamo benissimo che cosa vuol dire avere la testa sulle spalle, mettere la testa a posto ed espressioni consimili.

Mi piacerebbe anche far notare la bellezza del paesaggio sonoro del vento che stormisce tra le foglie durante il percorso della freccia. Solitamente le frecce sibilano come le serpi.

Penso poi che ognuno di noi si possa meravigliare di quanto dice il buon Winhio. Non lo ringrazia perchè gli ha riattaccato la testa ma perchè gli ha dimostrato quali sono le sue capacità come tiratore.

-Sei proprio un buon tiratore disse quello riconoscente-.

Mi sembra perciò che la dote migliore di un terapeuta sia quella di essere un buon tiratore che sa cogliere quale è l'intervento più adatto e portarlo a compimento nel modo migliore, anche se qui esso mi sembra un po' troppo diretto e direttivo per il mio carattere.

Concluderei l'esame di questa fiaba con una citazione di Teilhard de Chardin che mi sembra cada a proposito.

La felicità è una conquista personale, è "il frutto della legge del massimo sforzo", che ci porta a " diventare coscienti della nostra solidarietà vivente con una Cosa grande, ad impegnarci a fare grandemente anche le più piccole cose". Dunque "riuniamo il corpo alla testa, la base al vertice, e di colpo, scaturirà una pienezza".