Passi lieti
al sol bruciante
dove fragili parole
dal pensier tuo
colgono la mia attesa
e piano s'alzano
con forze da me raggiunte
per acquistare il vigore
d'un amor che non fugge.
Diego Balbo apache@freeweb.org
From: "ivanterribile"
Vi voglio,anch'io narrar una storia.Un giorno di non so quale anno,ne' di quale
mese un uomo si accorse con orrore,guardandosi allo specchio,che aleggiava sulla
sua testa,un piccolo corvo nero.Si,proprio cosi!Un corvetto della famiglia dei
passeriformi con le alucce lucide e il becco di un bel giallo ocra.Questo poveraccio
tento'invano di scacciarlo dalla sommità del suo cranio, ma il corvetto
pervicace e indifferente permaneva ostinato sul cranio ,anzi s'adagiava meglio
dopo ogni svolazzata.
L'uomo cominciò ad avvilirsi e per la vergogna non uscì più
di casa.
Si guardava nello specchio e vedendo il corvetto sempre lì finì
per coprire gli specchi di tutta la casa.Intanto non mangiava neppure più
e la cosa gli fu fatale al punto di renderlo moribondo.Quando capì che
stava per rendere l'anima,in un ultimo sforzo,per rivedere il mondo esterno
per l'ultima volta,si affacciò alla finestra sollevandosi a fatica sulle
deboli gambe.Fu solo allora che vide in strada che ogni passante aveva sulla
sommità del capo un corvo;alcuni avevano un corvo più grande del
suo,altri più piccoli,ma comunque ognuno,nessuno escluso portava il corvo,quel
nero uccello che l'aveva condotto ad una fine prematura,Solo allora capì
di quanto la sua morte fosse inutile e stupida,ma era troppo tardi.
<ivanterribile@iol.it>
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Dal libro "Cinquanta angeli per l'anno", uno per settimana. Scritto
da Anselm Grün, un teologo che vive in Austria. Forse anche gli angeli
hanno bisogno di due settimane di ferie.
L'angelo dell'impulsività. Essere impulsivi significa lasciar da parte
il ruolo che si ha normalmente, deporre la maschera, manifestare anche esteriormente
la vivacità che si ha dentro... Non devi guardare sempre a ciò
che gli altri pensano o stare a vedere se ciò che fai è conforme
alla consuetudine o stare a vedere se ciò corrisponde alle aspettative
degli altri Puoi semplicemente affidarti al tuo animo.
L'angelo del nuovo avvio. Ogni uomo vorrebbe stabilire per sempre il suo quartiere dove gli piace. Sa però che non può sistemarsi definitivamente. Deve continuamente rimettersi in cammino. Deve avviarsi sempre di nuovo. Deve levare gli accampamenti che ha piantato e nei quali si è sistemato comodamente, per proseguire sulla sua strada. Deve smantellare ciò che è vecchio.
L'angelo del rischio. Oggi molti ritengono che la cosa più importante sia non fare errori. Allora non si è criticati dal gruppo. In realtà però questo atteggiamento ostile al rischio è di ostacolo alla vita. Chi non vuol fare errori, sbaglia tutto. Non osando nulla, non corre alcun rischio e così non può neppure nascere qualcosa di nuovo. Sia nell'economia come nella politica, nella chiesa come nella società, nessuno oggi rischia più.
L'angelo della solitudine. Oggi molte persone hanno continuamente bisogno di avere attorno altre persone per sentirsi vive. Ma la solitudine è una benedizione. Senza solitudine non esiste un vero rapporto, non si ha una genuina conoscenza.
L'angelo della pazienza. Oggi non va più di moda attendere con pazienza la soluzione. Spesso però c'è bisogno di un tempo più lungo perchè si formi un fiore. Abbiamo bisogno di pazienza per il nostro sviluppo. Non possiamo subito cambiare noi stessi. Il cambiamento avviene lentamente e in maniera impercettibile.
L'angelo della leggerezza. Papa Giovanni XXIII scrisse nel suo diario: "Giovanni,
non prenderti troppo sul serio"
Molti non fanno progressi perché hanno con se stessi un rapporto di eccessivo
rigore Non riescono a perdonarsi nulla.
L'angelo dell'entusiasmo. Le persone che riescono a entusiasmarsl di qualcosa sono stimolanti. Si lasciano entusiasmare per strade nuove. E riescono a trascinare anche altri col loro entusiasmo. Allora tutto quello che vivono si trasforma in una esperienza intensa. Da loro esce vita. Assieme a loro non si passa tutta la sera in piagnistei per questo e per quello e questo porta vitalità e freschezza anche agli altri.
L'angelo della lentezza. La fretta è un'invenzione del diavolo",
dice un proverbio turco. I nervi di molti contemporanei sono scoperti per il
continuo stress. E le nostre anime soffrono per la tendenza spietata ad economizzare
il tempo
Prima abbiamo bisogno di riscoprire la lentezza. Molti non sanno più
vivere qualcosa perché si sentono vivi solamente se hanno intorno molto
chiasso. Ma non sentono più la vita in sè, non sentono più
se stessi, il loro respiro, il loro corpo, i moti del loro cuore. L'ozio è
il padre di ogni amore", ebbe a dire una poetessa
a cura di G. P.
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from: Marcello Gambetti
Da "La fine e l'inizio"
Dopo ogni guerra
c'e' chi deve ripulire.
In fondo un po' d'ordine
da solo non si fa.
C'e' chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare i carri pieni
di cadaveri.
C'e' chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.
C'e' chi deve trascinare una
trave per puntellare il muro,
c'e' chi deve mettere i vetri
alla finestra
e montare la porta siu cardini.
Non e' fotogenico
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono gia'
partite per un altra guerra.
Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.
C'e' chi, con la scopa in mano,
ricorda ancora com'era.
C'e' chi ascolta
annuendo con la testa
non mozzata.
Ma presto li' si aggireranno altri
che troveranno il tutto
un po' noioso.
C'e' chi talvolta dissotterrera'
da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasportera' sul mucchio
dei rifiuti.
Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E infine assolutamente nulla.
Sull'erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c'e' chi deve starsene disteso
con una spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.
(Wislawa Szymborska, Polonia)
"Non c'e' vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.
La morte e' sempre
in ritardo di quell'attimo"
Marcello Gambetti <mgamba@dedalo.com>
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L'OGGI E' UN DONO !?!?
messaggio inviato da SANDRA MONROY
<smonroy@grupomun.com>
traduzione Terenzio Formenti
il ieri è storia
il domani è mistero
l'oggi è un dono
forse è per questo che si chiama "presente"
Dentro di noi, forse, c'è una voce che parla.
Perchè non proviamo a dargli ascolto?
In questo momento qualcuno...
( ricorda che quel qualcuno potresti essere anche tu )
- qualcun@ è molto orgoglioso di te
- sta pensando a te
- si preoccupa per te
- sente la tua mancanza
- vorrebbe parlare con te
- vorrebbe stare con te
- spera che tu non ti trovi in problemi
- prova riconoscenza per l'aiuto che tu gli hai dato
- desidera stringerti la mano
- qualcun@ si aspetta che per te le cose si mettano bene
- vuole che tu sia felice
- vuole che tu ti incontri con lui/lei
- sta festeggiando i tuoi progressi
- vuole farti un regalo
- pensa che tu sei un dono
- spera che tu non abbia troppo freddo o troppo caldo
- desidera abbracciarti
- ti ama
- ammira la tua forza
- qualcun@ sta pensando a te e sorride
- vorrebbe essere la spalla sulla quale tu possa piangere
- vorrebbe uscire con te a divertirsi
- pensa al tuo mondo
- è il tuo mondo
- desidera proteggerti
- farebbe qualcosa per te
- desidera essere perdonato
- è riconoscente per essere stato perdonato da te
- vorrebbe ridere con te
- qualcun@ ti ricorda e vorrebbe che tu fossi li
- prega Dio per te
- ha bisogno di sapere che il tuo amore è incondizionato
- da valore ai tuoi consigli
- desidera dirti quanto sei importante per lui/lei
- desidera compartecipare ai tuoi sogni
- desidera tenerti tra le sue braccia
- desidera essere tra le tue braccia
- fa tesoro del tuo entusiasmo
- sente di non riuscire a vederti come vorrebbe
- qualcun@ ti ama per quello che sei
- ama come tu lo fai sentire
- vuole stare con te
- vorrebbe che tu sapessi che lui/lei c'è per te
- è contento che tu gli sia amico/a
- vuole essere tuo amico/a
- è stato sveglio/a tutta la notte pensando a te
- si sente vivo per te
- desidera che tu tenga conto di lui/lei
- desidera conoscerti meglio
- desidera stare vicino a te
- qualcun@ sente il bisogno di un tuo consiglio/ della tua guida
- ha fiducia in te
- crede in te
- sente il bisogno che tu gli invii questo messaggio
- piangerà quando riceverà questo tuo messaggio
- sente la necessità di un tuo apporto/supporto
- sente il bisogno che tu gli esprima che hai fiducia in lui/lei
- sente il bisogno che tu gli permetta di essergli amico/a
- qualcun@ ascolta volentieri una canzone che ti fa ricordare a lui/lei
Sandra Monroy <smonroy@grupomun.com>
Legge di Murphy
dal Giornale di Brescia del 21 Maggio '99
Il decalogo, formulato nel 1949 da Murphy, ufficiale di aviazione Usa
si articola come segue
1) se c'è qualcosa che può andare storto lo farà,;
2) nulla è facile come sembra;
3) per tutto occorre più tempo di quanto si pensi;
4) se esistono parecchie cose che possono andare male avverrà quella
che può
causare i danni maggiori;
5) se ci sono quattro maniere in cui le cose possono
andare storte e si è pensato come aggirarle, allora emergerà una
quinta maniera
cui non si era pensato;
6) lasciate a loro stesse le cose tendono ad andare di male in peggio;
7) se tutto sembra andare bene si è ovviamente trascurato qualcosa;
8) ogni soluzione genera nuovi problerni;
9) la natura è sempre dalla parte del flagello;
10) i cretini sono sempre più ingegnosi delle precauzioni prese per
impedire
loro di nuocere;
Fra i più noti corollari ci sono quelli che tutto tende
ad andare male nel medesimo momento, che tutto può andare sempre peggio
di
quanto ci si attenda, che ci si accorge delle correzioni sbagliate sempre troppo
tardi
Da: "Giovanna" <esmez@tin.it>
a: "1968" <1968@mimir.org>
soggetto: L'educazione del falco
Data: Fri, 21 May 1999
(1968 e dintorni)
Non so se perché mi sembra più adatta al tuo bel sito o per dimostrarti
che, effettivamente, di quegli anni mi è rimasta la passione e non solo
quella, ti invio una strana storia inventata da una mia alunna - ha solo 12
anni, tienine conto -
Forse, di quegli anni mi è rimasta solo la rabbia e la voglia di e-ducare
a
quei valori che per me, malgrado tutto, rimangono vivi, e che i miei alunni
mi aiutano a non dimenticare
L'EDUCAZIONE DEL FALCO
"C'era una volta una colomba bianca che volava e viveva tranquilla. Non
aveva una patria, non la voleva. Lei volava libera per tutto il mondo e
tutto il mondo era casa sua. Era un uccello strano: non volava solo nello
spazio ma anche nel tempo. La sua vita era un continuo volare. Infatti
aveva milioni e milioni di nemici neri: i falchi. Lei voleva vivere in pace,
loro volevano la guerra. Lei amava i bambini, loro erano gli uccelli dei
potenti. Delusa questa colomba decise di rifugiarsi in un giardino dove
c'erano tanti bambini:era il cortile di una scuola.
Ogni tanto da un'aula sentiva una professoressa che parlava di guerre
presenti e passate, diventava triste ma era ormai stanca, non ce la faceva
più a partire e, anche se avesse potuto, non voleva. Non credeva più
agli
uomini, l'avevano presa in giro troppe volte. A volte si poggiava su una
quercia di fronte alle finestre della Ic e le veniva un po' di rimorso per la
sua decisione. Quella professoressa era proprio convincente, quando
raccontava la storia a lei veniva da piangere, ma troppe volte le avevano
bruciato le penne.
Un giorno, mentre stava dormendo al sole, sentì un rumore forte forte.
Lei
sapeva cos'era, l'aveva sentito altre volte. Era il falco nero che arrivava
veloce. Cercò di acchiappare la colomba, anche se lei gli spiegava che
stava sbagliando, che lei, anche se era bianca, non era più una colomba
di pace. Cominciarono a gridare, si sentiva un gran frastuono. Gli alunni
della IC allora aprirono le finestre e la colomba d'istinto entrò dentro
la
classe e la professoressa chiuse le imposte. Il falco, con una faccia
cattiva si appoggiò sul davanzale, aspettando. La colomba per il
momento era in salvo, ma non poteva finire così. La guerra non si evita
fuggendo!
La colomba era poggiata su una mensola alta, i ragazzi si misero a
discutere con la loro insegnante su cosa fare, il falco era sempre là.
Un
bambino disse che non c'era altro da fare che uccidere il falco cattivo, e
molti erano d'accordo con lui. Una bambina voleva nascondere la
colomba, sicura che il falco si sarebbe stancato, ma tutti si opposero
dicendole che bisogna sempre schierarsi, soprattutto contro la guerra.
Antonino era già pronto ad andare a casa a chiedere il fucile da caccia
a
suo papà, quando a una bambina venne un'idea: catturare il falco. Espose
il suo piano: avrebbero preso un laccio lungo lungo e trasparente, la
colomba lo avrebbe tenuto per un capo e loro dall'altro. La professoressa,
apriva la finestra, la colomba faceva per volare, il falco gli si lanciava
contro e lei, girandogli intorno, lo avrebbe legato come un salame. L'idea
piacque a tutti ma Antonino disse che comunque il fucile serviva lo
stesso per dopo. Ma la bambina aveva un'altra idea. Propose di tenere il
falco in classe per insegnargli la pace. I bambini avevano un po' paura ma
la professoressa fu subito d'accordo con la sua alunna e il piano venne
attuato. Il falco fu catturato e legato ai piedi della lavagna. Passarono
tante settimane, i bambini ignoravano il falco, la colomba era di nuovo sul
suo albero, la professoressa faceva lezione. Un giorno la bambina si
accorse che qualcosa stava cambiando. Il falco che già sembrava, almeno
a lei, meno cattivo di prima, guardava verso la professoressa che leggeva
una poesia contro la guerra e, ad un tratto, gli uscì una lacrima e poi
un'altra e poi un'altra, finché fece una pozzanghera di un liquido bianco
che sembrava gesso sciolto. Cominciò a gridare, i bambini si
spaventarono ma la bambina si avvicinò e capì.
Il falco nel frattempo si strappò una piuma con il becco, la bagnò
nella
pozzanghera e scrisse alla lavagna, grande grande
PACE
La bambina che gli era vicino, lo slegò e lui si accucciò su un
banco
vuoto dove c'era un libro di storia e si mise a dormire beato. Non sarebbe
più andato per il mondo a portare la guerra, sarebbe rimasto in Ic con
la
colomba e i bambini e nel mondo sabbe tornata la pace"
Forse, malgrado i tradimenti, malgrado i voltagabbana, malgrado tutto,
qualcosa di quegli anni che avrebbero potuto essere formidabili, è rimasto
Ciao, Giovanna
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From: "Carlos Rodríguez S." <mintauro@adinet.com.uy>
In un Caffè di Vienna mi rivolse la parola la padrona, una veneranda
signora che mi disse che assomigliavo molto a un uomo che aveva conosciuto in
gioventù.
-Io allora ero una ragazza molto giovane- mi disse - e lo notai subito in cima
a un albero, seduto su di un ramo. Lo guardai e gli chiesi:- Posso salire?-
Mi rispose:- Sali -
E allora io cominciai ad arrampicarmi. Caddi. Ci riprovai e tornai a cadere.
Dopo vari tentativi, chiesi:- ma tu come sei salito-.
Mi rispose:- l'ho piantato io-.
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Carletto e Arlinda
In un paese lontano, vivevano una volta degli strani ometti grigi né
buoni né
cattivi che abitavano una terra arida dove non crescevano né fiori né
frutti. Una
fitta nebbia spegneva i colori ed imprigionava i rumori e gli ometti se ne stavano
per lo più rintanati nelle loro case, masticando radici, con gli occhi
sbarrati e con poche cose da raccontare; in quel paese sembrava non dovesse
accadere mai nulla. Ma ecco, una notte, s'udì un tuono spaventoso che
mandò in frantumi i vetri delle case e dissipò la nebbia bassa.
Gli ometti si riversarono nelle strade, interrogandosi con gli sguardi, manifestando
tutta la loro paura, quando videro proprio lì, sulla strada maestra,
una creatura piccola, forse un bambino, immobile, forse di gesso, raggomitolato
su se stesso. Si avvicinarono cauti e cercarono di smuoverlo piano e poi scuotendolo,
ma egli non si mosse. "Che stupidaggine", pensò qualcuno "...
voler smuovere un bambino di roccia...!". Eppure pareva scuotesse un po'
il capo: "Macché. . . ! " .
"E se contenesse un tesoro?". L'idea fu condivisa da molti, così
presero a bastonarlo per vedere cosa conteneva, Ma egli né si ruppe né
si mosse e gli omini se ne tornarono a casa; se ne andarono tutti tranne la
piccola Arlinda, nascosta dietro una grande pietra. Solo quando tutti se ne
furono andati, lei si avvicinò alla misteliosa apparizione, tenendo stretto
il suo gatto di pezza. Arlinda si sedette accanto a quell'inconsueto piccolo
uomo e dolcemente accostò la sua mano ai riccioletti biondi di lui. Non
le parve di roccia quel viso paffuto e neppure di gesso e non se ne sorprese.
"Ciao" disse lei "come ti chiami?". Il
bimbo la guardò e sorridendo rispose "Carletto, io mi chiamo Carletto".
Bene, Carletto, vuoi essere amico mio?".
"Ma certamente!" disse lui. "Ora, Carletto raccontami qualcosa
di te...". Lui allora aprì le sue mani e seminò nell'aria
petali di rosa, stelle e nuvolette, si alzò e dalla terra arida spuntò
erba fresca, crebbero alberi e piante da frutto. Ricucchiò la nebbia
con un lungo respiro e la luna apparve grande nel cielo: poi Carletto baciò
Arlinda sulla fronte e la sua pelle grigia si illuminò. Arlinda per tutta
risposta, ripulì dalla polvere il suo gatto di pezza e glielo porse.
Gli uomini grigi, in questa terra nuova, avevano ancora tanto da imparare...
Ombri
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da: Mirta A. Spinelli <edu@statics.com.ar>
DESIDERO
di Jorge Bucay
traduzione Terenzio Formenti
Desidero che tu mi ascolti senza giudicarmi
che tu esprima le tue opinioni senza darmi consigli
che tu confidi in me senza esigere
che tu mi aiuti senza cercare di decidere per me
che tu ti interessi a me senza annullarmi
che tu mi guardi senza proiettare su di me cose tue
che tu mi abbracci senza soffocarmi
che tu mi faccia coraggio senza spingermi
che tu mi sia di sostegno senza farti carico di me
che tu mi protegga senza usare la menzogna
che tu ti avvicini a me senza invadermi
che tu conosca di me anche le cose mie
che non sono di tuo gusto
e che tu le accetti senza pretendere di cambiarle
desidero che tu sappia che oggi puoi contare su di me... incondizionatamente
Jorge Bucay
Goccia di rugiada-felicità
di Terenzio Formenti
Potrebbe sembrare che io ti stia chiedendo di essere perfetto/a, ma ti prego, tu non chiedermi di esserlo!
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Inviato da: "Paribanu Freitas"
L'AMORE E LA FOLLIA
Raccontano che molto tempo fa si riunirono in un luogo della terra tutti i
sentimenti e le qualità dell'uomo.
Quando la noia ebbe sbadigliato per la terza volta, la follia, pazza come sempre,
fece loro una proposta: - Andiamo a giocare a nascondino?
L'intrigo sollevò un preoccupato ciglio, e la curiosità, senza
riuscire a trattenersi
chiese - A nascondino, e com'è? E' un gioco -spiegò la follia-
nel quale io mi tappo gli occhi e incomincio a contare fino a un milione mentre
voi vi nascondete, e quando io avrò finito di contare uscirò in
cerca di ognuno di voi. Il primo che verrà trovato prenderà il
mio posto nel gioco.
L'entusiasmo si mise entusiasta a ballare, assecondato dall'euforia, e la gioia
fece tanti salti che riuscì a convincere anche il dubbio, apatia inclusa.
E' chiaro che non tutti accettarono di giocare.
La verità non volle nascondersi, perchè tanto sarebbe stata scoperta,
e la saggezza pensò che era un gioco molto noioso, (in fondo ciò
che la disturbava era che l'idea non fosse venuta a lei), e la codardia non
volle arrischiare.
- Uno, due, tre -Cominciò a contare la follia.
La prima a nascondersi fu la pigrizia, tanto pigra che si buttò dietro
la prima pietra del sentiero.
La fede salì al cielo e l'invidia si nascose dietro all'ombra del trionfo
che si era guadagnato con le proprie forze il punto piu alto fra gli alberi.
La generosità non riusciva mai a nascondersi, scopriva che ogni luogo
che trovava era meraviglioso per i suoi amici: un lago cristallino, ideale per
la bellezza; una fessura in un albero, perfetta per la timidezza; il volo di
una farfalla, il più adatto per la voluttà; una folata di vento,
meravigliosa per la libertà, finché andò a finire ad accoccolarsi
in un piccolo raggio di sole.
L'egoismo, in cambio, si trovò fin dal principio un posto isolato, comodo
e molto sicuro. La menzogna si nascose nel fondo di un oceano ( in realtà
si nascose dietro all'arcobaleno), e la passione e il desiderio finirono a far
da centro a un vulcano. La dimenticanza si dimenticò che doveva nascondersi.
Quando la follia era già arrivata a contare fino a novecentonovantanovemila
novecentonovantanove l'amore non aveva ancora trovato un luogo dove nascondersi.
-Un milione- contò la follia e cominciò a cercare, la prima ad
essere scoperta fù la pigrizia, solo a tre passi, dietro a una pietra.
Poi trovò la fede discutendo con Dio in cielo. La passione e il desiderio
li sentì vibrare nel vulcano.
Per caso scoprì l'invidia, e chiaramente, potè dedurre dove stava
il trionfo.
L'egoismo non ebbe neanche da cercarlo, saltò fuori solo e disperato
dal suo nascondiglio che in realtà era un nido di vespe.
Per il tanto camminare sentì sete e avvicinandosi al lago scoprì
la bellezza. Con il dubbio le risultò più facile perchè
lo trovò seduto in dubbiosa ricerca di un luogo che avrebbe dovuto essere
il migliore nel quale nascondersi.
Il talento lo trovò tra le fresche erbe, l'angoscia in una oscura caverna
e la menzogna dietro all'arcobaleno (no, in fondo al mare) e trovò anche
la dimenticanza, che si era dimenticata di nascondersi.
Ma solo l'amore non appariva da nessuna parte anche se la follia continuava
a cercarlo: dietro ad ogni arbusto, nel fondo di ogni ruscello, sulla cima di
tutte le montagne ed era già al punto di darsi per vinta quando vide
un bel roseto e pensò: -L'amore, così vezzoso come sempre, sicuramente
si sarà nascosto fra le rose-. Prese una piccola forca e cominciò
a muovere i rami del cespuglio quando all'improvviso sentì un gemito,
le spine avevano ferito agli occhi l'amore .
La follia non sapeva come fare a discolparsi, pianse, chiese perdono, lo implorò
finchè alla fine lui le promise che per tutta la vita l'avrebbe presa
come accompagnatrice della sua cecità.
Questa è la storia che ci fa capire perchè, da molto tempo, l'amore è cieco e la follia lo accompagna.
"Paribanu Freitas" peteco17@adinet.com.uy
From: "Esteban Franchetti" <juanfra@infovia.com.ar>
da Rainer María Rilke.
Nel libro delle Ore.:
Oh, tu, Dio Vicino, se nella lunga notte
ti chiamo piu' di una volta con colpi vigorosi,
è perchè so che tu te ne stai tutto solo nella stanza.
E se hai bisogno di qualcosa nessuno è li
per avvicinarti il bicchiere che a tentoni stai cercando
Io ti sto ascoltando. Dammi un piccolo segnale!
Goccia di rugiada-felicità
e se qualche volta provassimo a metterci anche il Padre Eterno
tra le "persone" che possono aver bisogno di noi?
Forse non sarebbe una cattiva idea!
Terenzio
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UNA BUSSOLA
A Esther Zemborain de Torres
Tutte le cose sono parole della lingua
in cui Qualcurlo o Qualcosa, notte e giorno,
scrive quell'infinito guazzabuglio
che è la storia del mondo. Nel suo vortice
passano Cartagine e Roma, io, tu, lui,
la mia vita che non capisco, quest'agonia
di essere enigma, caso, criptografia
e tutta la discordia di Babele.
Dietro il nome c'è quel che non si nomina;
oggi ho sentito gravitare la sua ombra
su questo ago azzurro, lucido e lieve,
che verso il confine di un mare tende il suo zelo,
con qualcosa di un orologio visto in sogno
e qualcosa di un uccello addormentato che si muove.
Luis Borges
gocce di rugiada-felicità
1) la mia vita, che non capisco, è l'agonia-beatitudine di essere enigma
2) "Sentire l'ebbrezza" di dare un nome a quel che non si nomina
3) dare al "tempo" la magia di un orologio visto in sogno
Terenzio
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dal libro "Edipo sulla strada" di Henry Bauchau
da pag. 59 a 62.
Sulla montagna che fronteggiava la nostra, ogni estate saliva un altro pastore,
il suo gregge era più numeroso del mio.
Quel ragazzo era un po' piu grande di me e guardandolo, attraverso la stretta
valle che ci separava, lo trovavo bello, c'era sul suo volto un'aria dolce e
gioiosa. Soprattutto di lui mi piacevano il passo, i gesti, il sorriso, avevano
qualcosa di aereo che non ho più ritrovato in nessuno. Talvolta quando
salivamo ciascuno sulla propria montagna, oppure il pomeriggio quando seguivamo
le greggi all'ombra, eravamo molto vicini ma non ci parlavamo, né ci
mandavamo alcun segno e, per guardarci, ci nascondevamo nei cespugli. Fra i
nostri due clan c'era un debito di sangue immemorabile di cui più nessuno
conosceva l'origine ma che a ogni generazione si era accresciuto a causa di
nuovi conflitti, combattimenti, ferite e uccisioni. Egli era il secondo figlio
del nostro nemico, Atos, il capo del clan avversario. Si chiamava Alcione e
il suo clan, discendente da Orfeo, era quello della musica.
Il nostro invece era il clan della danza. La sera danzavamo in casa, d'estate
in giardino o sulla montagna e mio padre, che era il miglior danzatore del clan,
talvolta danzava lavorando. Mia madre lo accompagnava quasi sempre e, ancor
piccolo, ho imparato a unirmi a loro ogni volta che potevo.
Tutta l'estate udivo Alcione suonare il flauto e talvolta cantare sulla sua
montagna e mi nascondevo per ascoltarlo. Ogni anno la sua musica diventava piu
bella, un giorno, non potendo più resistere alla mia felicità,
sono uscito dall'erba alta ove mi ero acquattato per ascoltarlo, sono salito
su una rupe liscia dominante la gola dove scorre il torrente che separa le nostre
montagne e ho cominciato a danzare. In principio alcune danze del clan che conoscevo,
poi danze ignote ispirate dal suo flauto, alla fine mi sono lanciato nella danza
profonda e sono caduto riverso.
Quando mi sono riavuto, era salito su un albero e, sdraiato sopra un ramo, mi
guardava inquieto. Mi sono rialzato stordito, il suo sguardo mi aveva forse
impedito di restare troppo a lungo al sole sulla pietra rovente. Con la mano
mi ha fatto un cenno quasi invisibile per dirmi di andare all'ombra e di bere.
Io ho risposto allo stesso modo. Non potevamo nulla di più, c'era fra
i nostri due clan un fiume di sangue sempre In tumulto.
L'indomani sono ridisceso a casa, ho chiesto a mio padre di prestarmi il suo
flauto. Me lo ha dato, con un cordone per tenerlo al collo. Mi ha mostrato le
note e mi ha detto: "Stai attento, noi siamo il clan della danza, non quello
della musica. I nostri due clan vivono fianco a fianco, non faranno mai la pace..
Capii che ne era dispiaciuto e che mi avvertiva di un pericolo. Quando mi sostituiva
sulla montagna, udiva il flauto d'Alcione e aveva sentito il suo meraviglioso
potere.
Aveva il forte sospetto che fosse a causa sua e per lui che volevo imparare
la musica. Tuttavia mi dava il suo flauto comprendendo che mi si offriva una
felicità che non avrei potuto rifiutare. Quando sono tornato sulla nostra
montagna, Alcione ha tratto dal suo flauto suoni di allegria e di dolore che
non avevo mai udito. Mi faceva scoprire allo stesso tempo la bellezza della
sua amicizia per me, ma anche la fragilità, forse l'impossibilità
di questa intimità senza parole. Per rispondergli e mostrargli che lo
capivo, ho cominciato a danzare ispirandomi alla sua musica. Quando mi vide
trasportato verso la danza profonda, diminuì il ritmo e la forza fino
a fermarsi dolcemente. Sapeva che la danza profonda deve
aver luogo soltanto di notte quando al nemico non è dato conoscere, se
cadete , che siete alla sua mercé.
Il torrente che scorre tra le nostre montagne si allarga in fondo alla gola
e la corrente rallenta prima della cascata che, un po' più lontano, precipita
verso la valle. E' quello l'unico tratto in cui si possono condurre senza rischio
le greggi a bere. D'estate, c'è in quel punto un guado che avremmo potuto
facilmente attraversare se un terribile divieto non ce l'avesse proibito. Su
ambo le rive, alcuni sentieri tortuosi scendono verso l'acqua. Mio padre mi
aveva insegnato che in virtù di un accordo secolare, anteriore alla guerra
tra i nostri due clan, avevo il diritto di fare abbeverare per primo il nostro
bestiame alla fine del giorno. Quando ci udiva risalire, solo allora Alcione
scendeva col suo gregge per il sentiero che sbucava a valle del nostro.
Accanto alla capanna che mi riparava nella notte c'erano alcuni cespugli di
biancospino. Ero trasportato dall'entusiasmo per la musica appena ascoltata
e per la rivelazione dell'amicizia di Alcione. Ho pensato ai biancospini e,
spinto dalla felicità, ne ho fatto un mazzo memorabile. L'ho portato
con me quando ho condotto il gregge all'abbeverata. Mentre le bestie bevevano,
ho formato, con due ceppi e alcuni giunchi intrecciati, una piccola zattera.
Dal punto in cui ero,
una leggera corrente si dirigeva verso il sentiero di Alcione. Ho fatto risalire
le mie bestie. A metà ho dato l'ordine ai cani di continuare a spingerle
avanti e sono di nuovo disceso verso l'acqua senza lasciarmi scorgere. Nascosto
nei canneti della riva, ho atteso a lungo e, quando Alcione ha fatto uscire
dall'acqua le sue bestie, ho lasciato andare la mia zattera. Non poteva non
veder giungere verso di lui il battellino sul quale il bianco mazzo somigliava
alla veste di una di quelle dee che sopraggiungono a danzare sotto la luna,
delle quali mi parlava spesso mia madre. Lo ha scorto, ed è corso a raccoglierlo
nell'acqua. Lo ha stretto fra le braccia poi, alzandolo al di sopra del capo,
lo ha consacrato al sole. Non mi ha chiamato per fortuna, non ha cercato di
farmi segno. Sapeva che non ero lontano, ma temeva con me che fossimo osservati
e duramente castigati se sorpresi.
Mentre risaliva il sentiero dietro il suo gregge, ogni tanto affondava il viso
nel mazzo, poi se lo metteva sulla spalla e cantava. Nel ricordare quanto provavo
in quel preciso istante, io che ero appena un ragazzo mal dirozzato, penso che
il suo fosse un canto di gloria. I nuovi sentimenti di cui ero penetrato mi
esaltavano a tal punto che, per calmarmi, ho immerso a lungo la testa nell'acqua.
Quando, senza fiato, mi sono rialzato, gocciolante, non mi sono riconosciuto.
Ho creduto di scoprire qualcuno di piu bello, di più libero, con negli
occhi una gioia profonda, un'angoscia mai viste.
Quella è stata la notte più felice della mia vita. Ho sognato
le stelle e quando la più risplendente è caduta in una grande
scia di luce, ho pensato svegliandomi che non potesse presagire altro che felicità.
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Inviata da Graziela Romero
LA SCHIAVA
Quando la porta si aprì, un odore acre mi investì, smisi di respirare
con il naso per evitarlo.
Nella piccola stanza, umida e scura, una donna seduta per terra, immobile, raggomitolata
contro la parete, con la testa accoccolata sul petto, lasciava vedere un collo
femmineo. I capelli castani, disordinati coprono il volto e accarezzano un vestito
marrone tutto a brandelli.
Sotto gli stracci si vedono le sue gambe ben tornite
Le mani riposano nel suo grembo, grandi, forti, mani di donna.
Nella penombra osservo attentamente la stanza, gli unici mobili, due sedie e
una vecchia tavola. Le pareti nude scortecciate dal tempo e uno sconnesso pavimento
a mattoni che da la sensazione di un luogo molto vecchio.
Sul fondo, in alto, una piccola finestra chiusa lascia passare l'unico raggio
di luce che illumina la scena.
Nella penombra scopro una grossa catena, seguo con lo sguardo attentamente il
suo percorso fino ad incontrarmi di nuovo con la donna.
E' incatenata! Come intuendo la mia scoperta alza la testa, e simultaneamente
alza le sue braccia, le maniche del vestito scivolano sulla pelle lasciando
vedere la sua prigione. Il suo sguardo si perde nel nulla mentre un brivido
mi percorre il corpo.
Quando esco da quel luogo, con le sensazioni ancora vive, il guardiano chiude
con cura la porta con una gigantesca chiave
- Perchè sta in prigione?- gli chiedo.
- Credo che abbia disobbedito a qualcuno. E' una schiava molto capricciosa -.
- Una schiava?- Gli chiedo meravigliata.
- Sí, una schiava! Non ne ha mai vista una? -
- Scusi siamo all'inizio del XXI°.secolo, la schiavitù non esiste
più, almeno in qiesto modo - ribatto.
- Ah! sí, chiaro, ma quello che lei dice appartiene al mondo del reale!
Nel mondo
dell'immaginario sí che esiste la schiavitù ed è molto
peggiore perchè la gente sta qui perchè lo vuole!
- Come, è perchè lo vuole?-
- Se dormono e finchè non si svegliano sono schiavi di se stessi.
Non c'è niente in realtà che impedisca loro di essere liberi,
E inoltre sono nati liberi, ma per uno strano meccanismo una parte di loro finisce
da queste parti. Può credermi, quello che le dico è verità
-.
Io lavoro qui da molto tempo e mi rallegro ogni volta che qualcuno viene qui
per sua scelta.
Le parole del guardiano mi suonavano come geroglifici in parole. Camminammo
in silenzio per il lungo corridoio, ad ogni passo il mazzo di chiavi del guardiano
componeva una musica tintinnante. Mentre avanzavamo io osservavo in rapida successione
il susseguirsi di piccole porte che contenevano "i prigionieri immaginari"..
Quando giungemmo all'uscita, mi sentivo confusa, Salutai cortesemente il guardiano,
mi voltai e allungai il passo.
La sua voce mi colse all'improvviso.
-Tornerà ancora signorina?-
Rifeci i passi che mi separavano dal guardiano con un perchè disegnato
sul volto
L'uomo aggiunse in tono cortese.
- Ragazza, questa donna che lei è venuta a visitare è un essere
che è in relazione con la sua vita e con la quale lei ha qualcosa a che
vedere. Se non fosse così non l'avrei lasciata entrare.
Qui non è permesso l'ingresso agli "estranei", ma solo a quelli
che vengono a "lavorare"-.
E mentre io mi affrettavo a rispondere l'uomo replicò:
- Non dica niente signorina. Prenda tempo, pensi con calma..
Rifletta, ripassi la sua vita, le sue sofferenze, i suoi timori, le sue illusioni,
i suoi
insuccessi, le cose nelle quali lei crede e l'epoca nella quale le è
toccato vivere. Vedrà che tutto le si andrà chiarendo e scoprirà
il vero motivo che l'ha portata fin qui-.
Attonita e immobile vidi il guardiano entrare nella piccola porta che si chiuse
dietro di lui, e mentre lui si allontanava risentii le sue ultime parole- Lo
scoprirà! Sì, se vuole essere libera, lo scoprirà!...
Graciela Romero <azul@iol.it>
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Tomaso Urso
dalla rivista "Il Fauno" Firenze
MOMENTI
Ascolto. Ascolto il linguaggio dei
fiori nel verde di un prato di fronte
ad un sole che cala dietro a una
nuvola quasi irreale. Sussurri.
Sussurri di arcaiche parole che
aleggiano lievi in un profumo di
erbe tagliate; ricordi evocati che san
di magìa tornati, in silenzio, nell'ora che passa. Ascolto. Ascolto il
linguaggio dei fiori che lieve rimbalza nell'aria portato da una bava di
vento. S'invola un quasi pensiero
che cerca, magari con un poco d'affanno, un punto su cui riposarsi per
divenire un sogno che sembri realtà
anch'esso sospinto da una bava di
vento. Silenzio. Silenzio che passa
ed awolge malioso il lento sussurro
dei fiori, il sole che cala, la nuvola
stanca e il verde del prato formando
come una strana bolla di sapone
che sale ondeggiando in un cielo
che appare sempre più aperto pronto
a ricevere l'iridescente bolla
nel momento, aspettato, dal
suo schiudersi lieve. E tutto ricade
nel lago dei sogni.
Tomaso Urso
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From: Roman Mazzilli <rmazzilli@interlink.com.ar>
Oscar Martinez
CREO EN EL AMOR
Creo en el amor como en la experiencia más maravillosa de la existencia
y
como generador de toda clase de alegría; y en el amor correspondido como
la
felicidad misma. Pero no fui educado para él, ni para la felicidad, ni
para
el placer. Porque fui advertido malamente contra la entrega y el gozoso
abandono que supone. Cada día entonces, todavía es una ardua conquista,
una transgresión, una desobediencia debida a mi mismo, una porfía.
La laboriosa
tarea de desaprender lo aprendido, el desacato a aquel mandato primario y
fatal, aquel dictamen según el cual se gana o se pierde, se ama o se
es
amado, se mata o se muere. La vida por lo tanto, no me ha endurecido.
Ese sea tal vez mi mayor logro.
Que me palpen de armas. Dejo a un lado, si es que alguna tuve o me queda,
toda arma que sirva para volverse temible, para someter, para acumular, para
ser poderoso, para triunfar en un mundo de mano armada en el que la
felicidad se compra con tarjeta de crédito. No quiero que la lucidez
me
cueste la alegría ni que la alegría suponga la negación
o la ceguera.
Pero no me es fácil. Me cuesta vivir a contratiempo con la sensación
de ser
testigo de un desatino histórico gigantesco, de un extravío descomunal,
tan
irracional, absurdo o desolador como la bomba de neutrones. No entiendo
al mundo. Me parece, como dice Serrat, que ha caído en manos de unos
locos
con carnet. Me siento ajeno a la debacle pero en medio de ella. Mi vida es
apenas un instante en el océano del tiempo y es como si quisiera que
ese
instante fuera sereno y hondo en medio de una ensordecedora discoteca o
de un holocausto definitivo siempre a punto de estallar.
Me desazona la banalización de la vida, el pavoneo de la insensatez,
el
triunfo de la prepotencia y de la ostentación, la deshumanización
salvaje de
los poderosos, la aceptación y el elogio del "sálvese quien
pueda", la
práctica y la prédica del desamor y de la histeria.
Me descorazona la idiotez colectiva, de la idealización de lo superfluo,
el asesinato de la inocencia, el descuido suicida de lo poco que merecería
nuestro mayor esmero, el desconocimiento, o el olvido de nuestra propia
condición. Me conmovió no hace mucho que el cosmólogo Sagan,
en un
artículo extenso, escrito como desde un punto perdido en el infinito
del espacio,
desde el cual el mundo se observa como una bolita cachuza, terminara
diciéndonos: besen a sus hijos".
Escuchemos a esos hombres, sigámoslos, leamos a los poetas, no permitamos
que el misterio de la existencia deje de extremecernos cada día, porque
es
el costo más alto que podemos pagar por nuestra necedad y nuestra
omnipotencia. La vida de un árbol merece nuestra devoción y nuestro
mas grande
regocijo, al amparo gozoso de su sombra, acariciados por la tibieza de la luz
del
sol y arrumbados por el sonido mágico e irrepetible de su follaje mecido
por
la mano invisible del viento, estaremos a salvo de la alienación y de
la
orfandad, siempre y cuando seamos capaces de apreciar esa gloria,
mientras nos sea posible, y de reconocer en ella nuestra mayor riqueza.
Que la muerte no nos hiera en vida, que la ferocidad no nos pueda el alma,
que nada troque nuestra dicha de estar despiertos, que una caricia nos
atraviese como una flecha jubilosa y radiante. Besemos a los que amamos,
amémonos.
OSCAR MARTÍNEZ
"...NO QUIERO QUE LA LUCIDEZ ME CUESTE LA ALEGRÍA
NI QUE LA ALEGRÍA SUPONGA LA NEGACIÓN O LA CEGUERA..."
OSCAR MARTÍNEZ (en JUNTANDO ALMAS CD )
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Da: "Esteban Franchetti" <juanfra@infovia.com.ar>
LA FELICITA'
In una particolare occasione si riunirono tutti gli dei e decisero di creare
l'uomo e la donna e di farli a loro immagine e somiglianza. Allora uno di loro
disse:- un momento! Se li facciamo a nostra immagine e somiglianza, avranno
un corpo uguale al nostro, forza e intelligenza uguali alle nostre, dobbiamo
pensare perciò a qualcosa che li differenzi da noi, altrimenti, se fosse
così, creeremmo dei nuovi dei.
Dobbiamo pertanto togliere loro qualcosa, ma che cosa?
Dopo averci pensato molto, uno di loro disse.- Ah! Ho capito, togliamo loro
la felicità, ma il problema è dove andare a nasconderla perchè
non la trovino mai.
Il primo propose:- andiamo a nasconderla sulla cima di un monte -.
Ribattè subito un altro: - no, ricordate che se diamo loro la forza qualcuno
di essi salirà, riuscirà a trovarla , e se la trova , subito tutti
sapranno dov'è -..
Allora un altro propose: - se le cose stanno così andiamo a nasconderla
nel profondo del mare. -.
Ma un altro ribattè - ricorda che abbiamo dato loro l'intelligenza, una
volta o l'altra qualcuno costruirà un mezzo per entrarci e scendere,
e così la troverà.
Un altro ancora disse:- nascondiamola allora in un pianeta lontano dalla terra.
E gli altri risposero. - Ricorda che abbiamo data loro l'intelligenza, e un
giorno qualcuno costruirà una nave spaziale con la quale si possa andare
sugli altri pianeti e così tutti avranno la felicità e saranno
di nuovo uguali a noi.
L'ultimo di loro dopo aver ascoltato attentamente ognuna delle proposte fatte
dagli altri dei, le analizzò attentamente ad una ad una e poi ruppe il
silenzio e disse: - credo di aver trovato dove nascorderla perchè così
proprio nessuno di loro la possa incontrare. Tutti si mostrarono sorpresi e
chiesero in coro:- e dove?
Credo di sapere dove metterla perchè realmente nessuno la possa trovare.
La nasconderemo dentro a loro stessi. Saranno tanto preoccupati a cercarla fuori
che mai la troveranno.
Tutti furono d'accordo e da allora è sempre stato così, l'uomo
passa la sua vita cercando la felicità senza sapere che la porta con
sè.
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da Bruno Sabbadin
BALLO LENTO
Qualche volta hai visto i bambini giocare?
O ascoltato il ticchettio della pioggia?
Qualche volta hai seguito il volo di una farfalla?
O osservato il tramontare del sole?
Fermati. Non ballare in fretta.
Il tempo è poco.
La musica non durerà a lungo.
Ogni giorno lo vivi sempre di corsa?
Quando ti domandi chi sei, ascolti la tua risposta?
Quando il giorno finisce ti sdrai sul tuo letto, ti
assilli con mille
pensieri?
Fermati. Non ballare in fretta.
Il tempo è poco.
La musica non durerà a lungo.
Le tue giornate trascorrono freneticamente?
Qualche volta hai detto al tuo bambino: lo faremo
domani e nella tua apatia
non vedi la sua tristezza?
Qualche volta per mancanza di tatto hai lasciato che
un caro amico morisse,
senza averlo chiamato per dirgli ciao?
Fermati. Non ballare in fretta.
Il tempo è poco.
La musica non durerà a lungo.
Quando corri troppo in fretta per raggiungere
qualsiasi luogo, ti perdi la
metà del divertimento per arrivare li.
Se sei preoccupato, se corri per tutto il giorno e'
come se gettassi la tua
vita nel cestino.
La vita non è una corsa, ma va vissuta e assaporata
con calma.
Ascolta la musica prima che la canzone finisca.
da Bruno Sabbadin <brunosab@tin.it>
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Patricia Mercado
da un articolo sulla rivista argentina "Campo Grupal"
IL CORPO È UNA NARRAZIONE CHE COSTRUISCE SE STESSA
Il corpo è una narrazione che costruisce se stessa. Il corpo si racconta e nel raccontarsi diventa la propria essenza. Il suo alfabeto è un ordito di storia, biologia e caso. E' la forza della tradizione fatta tessuto, organo, ossa. Dinamismo della memoria. Prassi che diventa oggetti. Rotta tangibilmente segnata dalla ricerca, dalla scoperta, dal fraintendimento. La cultura va facendosi corporeità. Questo incarnarsi è più che vestigia, che testimonianza di un passato. E' il presente trasformato nei percorsi del tempo. E' l'incontro, l'intersecarsi di vasti spazi di esperienza. Corpo vigoroso e deforme dell'esperienza umana, martellato dai sogni e dalle paure. Corpo della catastrofe e dei salvataggi miracolosi. Corpo del cedimento, corpo che sopravvive, corpo che crea e ricrea se stesso.
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narrazione catartica