A tutti quelli ai quali la cosa può interessare offro alcuni frammenti del libro "Il ritorno dei nomadi" di Lia Schenck.
Da : "Mirta Núñez" <mir@sinectis.com.ar>
Traduzione Terenzio Formenti
Tutti, uomini e donne, sono nomadi fin dalla nascita. Quando crescono, alcuni
diventano sedentari e altri no. I sedentari rimangono sempre nello stesso luogo
e vedono le cose sempre dallo stesso punto di vista. Non si muovono dai loro
luoghi né per guardare né per vivere. In qualunque momento della
vita, un sedentario può iniziare a vedere la vita in un altro modo, se
apprende le modalità che sono proprie dei nomadi. La trasformazione da
sedentario a nomade porta con sè alcune necessarie sofferenze. Dovranno
imparare di nuovo quasi tutte le cose ed iniziare a chiamare le cose con altri
nomi. Lasceranno dietro la loro abitudine di camminare in linea retta davanti
a sé per andare verso la loro casa, al lavoro e dal lavoro verso i loro
amori. Dopo un po' impareranno a camminare a spirale come i nomadi. Camminare
a spirale difende i nomadi dagli uragani e dalle grandinate. Quando il temporale
li sorprende all'aperto, si inchiodano alla terra e aspettano che i rami degli
alberi smettano di volare per aria. Quando tutto è passato riprendono
a camminare a spirale. Questo modo di camminare non solo é utile durante
le catastrofi, ma anche in qualsiasi giorno dell'anno e della vita. Consente
loro di vedere il basso, l'alto ed i lati di tutte le cose, compresi i fiori,
i vasi da fiori, i tetti e le farfalle. Ci sono altre condizioni basilari per
trasformarsi da sedentario in nomade, dato che essi non solo camminano a spirale
ma volano per i sette punti cardinali dello spazio. In relazione a questo, é
necessario che i sedentari stiano attenti al periodo nel quale le ali iniziano
a svilupparsi. In questi giorni e in queste notti, sopratutto in queste notti,
possono provare sensazioni di vertigine o nausea o un'incontrollabile desiderio
di piangere antichi rimpianti. In questi casi è raccomandabile guardare
o ricordare il volo degli uccelli e tener presente che i loro piedi si appoggiano
anche sulle nubi. Si raccomanda pure di chiamare per telefono o di andare a
casa di qualche nomade, non importa se alle tre del mattino, per parlare delle
cose che avvengono o per parlare delle migrazioni delle rondini o della gioia
di un passero qualsiasi. Parlare con i nomadi riguardo a queste cose produce
sempre una grande leggerezza, nel cuore e nelle articolazioni di tutto il corpo.
Sopratutto, produce una grande leggerezza nelle parti laterali del dorso, proprio
negli spazi dove si stanno formando le ali. Oltre a queste trasformazioni fondamentali,
i sedentari dovranno apprendere a lasciarsi sorprendere dalla pioggia e a non
andare in giro sempre appesi all'ombrello. I nomadi amano la pioggia e si lasciano
riconoscere per il loro atteggiamento nei suoi confronti. I sedentari che compiano
queste trasformazioni saranno i benvenuti nei sentieri e nei voli dei nomadi.
Purtroppo, alcuni si fermano a metà del cammino. Riescono a fare solamente
alcune piroette camminando a spirale e con le prime gocce di pioggia, se ne
vanno correndo in linea retta in cerca di un ombrello. Benchè possa sembrare
strano, può avvenire che qualche nomade decida di trasformarsi in sedentario.
Questo non é comune però se succedesse sicuramente riporrà
le sue ali in qualche scaffale e se ne andrà sull'asfalto camminando
in linea retta. Non si garantisce che questo tipo di trasformazione non li possa
condurre rapidamente all'estinzione. Fra i nomadi non esiste il nomadismo come
dottrina. Non esiste la dottrina, né l'ortodossia. Niente é più
lontano dal pensiero dei nomadi che il rinchiudersi negli '
ismi'
... Essi credono che la razionalità e il cuore abbiano le stesse passioni
e gli stessi diritti. Credono che tutto quello che palpita abbia dei motivi
per palpitare e che tutte le ragioni abbiano la loro radice nelle memorie del
sangue e in quelle dei petali. Camminano soli o in gruppo, però camminano.
Nessun territorio dell'universo é vietato né ai loro piedi né
alle loro ali né ai loro sogni. Le loro speranze possono essere verdi,
azzurre o gialle. Possono cambiar colore nello stesso giorno, però loro
non permettono che sia la sola razionalità a causare il cambiamento.
Se nonostante quanto si è detto finora qualcuno potesse aver capito che
i nomadi sono perfetti, é necessario che si disilluda. Essere perfetti
e non commettere errori é assolutamente incompatibile con lo spirito
di curiosità e di stupore dei nomadi. La curiosità e lo stupore
li portano a tentativi e audacie dalle quali molte volte ritornano feriti o
con spine conficcate in qualche parte sensibile o con le piume scomposte, proprio
per non essere stati perfetti. Gli stupori li portano a predisporsi bene nei
confronti delle cose della vita e a sentire leggerezza quando scoprono che nessuno
dei loro errori né dei loro sbagli altera le loro armonie. Se qualcuno
potesse capire che i nomadi stanno al di sopra di ogni tentazione é necessario
che si disilluda. I nomadi chimicamente puri non esistono.
In qualunque momento della loro vita quasi tutti loro si sono sorpresi a girare
come folli nei vortici di storie da sedentari. Quasi tutti loro, qualche volta
hanno messo le mani o le ciglia delle palpebre nelle trappole del sedentarismo.
In questi casi hanno chiesto aiuto ai loro amici e quelli che ci sono riusciti
si sono liberati da soli dalle trappole.
Tutto questo senza smettere di riconoscere che alcune abitudini dei sedentari
sono utili in alcune situazioni della vita. Come: non lasciare le scarpe in
qualsiasi posto o il portare con sé l'agenda degli indirizzi o l'avere
tra le mani una pianta della città.
A Terenzio Formenti, amico e poeta,
che mai ha posseduto un aquilone
Gli aquiloni
Ottobre arriva al mio paese sulle ali del vento tiepido della primavera, si
potrebbe dire che il vento è la primavera. Spinge le nubi, gioca con
esse e a volte si riposa abbandonandole là in alto. Esse offrono le loro
spalle al sole per fare una piccola ombra sul paesaggio e annoiate si muovono
lentamente senza sapere dove andare. All'improvviso il vento si risveglia, abbandona
la sua siesta e capriccioso fa volare le nubi nel disordine. Forma mulinelli
e alza inutili polveroni, va di qui e di là, si da importanza, è
un vecchio bambino grande. I passeri, gli uccelli fornai, (gli horneros), i
bentivedo se ne ridono di lui e con delle stridenti risate dicono alla sera
che c'è un vento pazzo che non sa essere vento e vuol solo giocare.
I bambini amano il vento di ottobre, a loro piace giocare con lui. Gli costruiscono
rondini di carta e aquile, stelle e occhi stellanti multicolori e lui contento
inventa nuovi mulinelli e soffia dai luoghi più imprevisti.
E' un rito questo che si ripete ogni anno.
Quando io ero bambino aspettavo con ansia l'arrivo della primavera e per accogliere
ottobre gli preparavo aquiloni-rondine e aquiloni-aquila per giocare con il
vento.
Mia nonna mi aveva insegnato a costruire aquiloni che volavano veramente, erano
eleganti, colorati e leggeri. Mio padre mi dava una mano per montarli ed era
tanto bambino che sembrava più piccolo di me. Se il vento capriccioso
gli combinava qualche disastro, si arrabbiava lasciandosi scappare male parole,
poi mi guardava sorridendo e con gesto complice strizzava un occhio.
Il mio aquilone era vivo come un uccello. Il vento lo faceva vibrare e gli inventava
voci che io ascoltavo contento e il filo teso mi risvegliava emozioni e sensazioni
sottili come piccole scariche elettriche che colpivano le mie dita
Io ero un'aquilone che dalla terra volava a paesi lontani. Il cervo volante,
il filo, il vento e io eravamo una cosa sola. Nulla poteva separarci perché
insieme eravamo la libertà.
Una sera nel bel mezzo della festa degli aquiloni, arrivarono i Banega, bambini
grandi, quasi ragazzi che vivevano in un quartiere vicino al nostro. Montarono
i loro aquiloni che eleganti e briosi si levarono veloci nel cielo.
Tutti guardavano meravigliati quella fresca pirotecnia di colori.
I cervi volanti continuavano a ondeggiare e a volteggiare nell'azzurro profondo.
A un estremo di un aquilone dei Banega qualcosa brillava. Era un piccolo pezzo
di lama da barba.
Sentii la paura che mi correva per il dorso e che mi procurava una grande inquietudine.
I Banega avevano una brutta fama. Erano aggressivi e formavano una banda che
si spostava sempre come uno squadrone.
Il sole si avvicinava alla fine del suo viaggio rendendo ancora più belli
i cervi volanti con i loro colori in controluce. All'improvviso in un attimo
terrificante vidi la lama che accarezzava il filo del mio aquilone, disperato
con un brusco strappo cercai di evitare il pericolo.
Troppo tardi.
Il filo era già stato tagliato. Il mio cervo volante si rovesciò
in un gesto di sorpresa e poi, come un ballerino ferito cominciò a cadere
zigzagando. A momenti sembrava riprendersi e poi continuava la sua triste caduta.
Io rincorrevo il mio aquilone, guardandolo e piangendo, inciampando. Mia cugina
Margot correva accanto a me e cercava di consolarmi. Sembrava che ci fosse un'ombra
dentro di me. Correvamo tutti due senza fermarci. Attraversammo il quartiere
e giungemmo all'ultima strada dove cominciano i campi. Non si vedeva nulla.
Una piccola nube si allontanava in cerca dell'orizzonte in direzione della laguna
Il silenzio impregnava la sera e anche il vento bambino se ne era andato.
Juan Baladán Gadea
Brescia 21 Maggio del 2000
From: "ANDREA GIORGETTI" <bsroug@tin.it>
VENTO
mi faccio vento
per correre tra le foglie che si accompagnano a me
mi faccio vento per abbracciare il mondo
mi faccio vento
per incontrare il mare e con esso fondermi
giocare con le onde
e accarezzare la sabbia
mi faccio vento
per sorprendere la montagna
e scherzosamente cambiarne l'umore
mi faccio vento
e sono il vento
che, signore del cielo,
muove l'universo e chiama
la liberta'.
Marica
AMARCORD DELLA CASCINA
Renata Mucci Carlin
Brescia
Interminabili stagioni della mia bella, serena primavera, sono state scaldate
dai
ritmi rassicuranti della vita
in cascina. Vi trascorrevo le
vacanze estive presso una
zia nella campagna di Tormini, nei pressi del Chiese.
In quegli anni la bambina
che ero lasciava dolcemente
il posto all'adolescente che
faceva già delle promesse
alla donna. Ero una brunetta vivace e sull'aspetto esteriore... tutto qui ma,
fin da
allora, consideravo ciò che
sentivo dentro di me come
un magico cappello a cilindro dal quale avrei potuto, a
piacere, togliere un fiore,
una lacrima, una risata
squillante, una carezza! Ero
attesa, nella piccola comunità che risiedeva in cascina,
con stimolante curiosità: io
venivo dalla città, da una
casa con la luce elettrica e
portavo sempre le scarpe!
Tormini: una stradina
sterrata, in mezzo al verde,
si snodava nella campagna e
a un tratto, quasi improvviso il latrare dei cani. All'interno del grande portone
sempre aperto i cani, legati a
lunghe corde, annunciavano
il mio arrivo. Erano due
spinoni affettuosi, poi...
l'odore acre delle stalle che
ospitavano otto mucche, un
cavallo e due buoi che vedevo spesso tornare dai campi
con le grosse teste curvate
dal giogo. Poco distante, in
un rudimentale recinto, un
maiale grugniva perennemente affamato. E galline
dappertutto; razzolavano
tranquille finché il gatto di
casa le faceva allontanare
starnazzanti. Il canto del gallo provocava i miei risvegli
che mi trovavano affamata e
felice tra quelle lenzuola ruvide, profumate di lavanda.
Nella stessa camera, con il
pavimento di legno, un "lavabo", un catino bianco smaltato, una brocca
d'acqua e un
asciugamano candido, ruvido come le lenzuola. Non
c'era lo specchio e io mi
davo sempre una sbirciatina
nel vetro della finestra. In
cucina una tazza di latte e
del pane affettato. E poi...
fuori di corsa a... inventare
la felicità! In cascina vivevano otto famiglie piuttosto numerose Una
piccola comunità quasi autosufficiente, almeno sotto il profilo dell'alimentazione.
Con la vendita
delle uova e di qualche gallina compravano zucchero e
caffè (quest'ultimo, però, ritenuto comunque superfluo).
Ragazzi e ragazze ce ne
erano tanti, di ogni età, dai
due ai vent'anni e, spesso, ci
si ritrovava tutti assieme: si
andava a more, o a spiare il
lavoro dei bachi da seta che
passavano il loro ciclo vitale
nutrendosi di foglie di gelso
e costruendo il bozzolo, si
attraversavano i campi per
scendere al fiume. E tutto mi
affascinava! Il pomeriggio
del sabato, quando la calura
estiva era soffocante, con fare circospetto scendevano
(percorrendo lunghi ballatoi) bimbe, ragazzine e giovanette e - anche - qualche
ragazza da marito sui diciotto, vent'anni e (di nascosto
dai maschi) ci si recava in
riva al Chiese per fare il
bagno nelle sue acque gelide.
Sapevamo tutte benissimo
che, tra i canneti, c'era sempre accovacciato qualche maschietto che spiava
le nostre
mosse che - anche nell'incertezza - erano sempre più civettuole del solito.
Alle ragazze era consentito il bagno
al fiume solo per una questione di igiene quindi, nell'equipaggiamento, era
compreso
anche un bel pezzo di sapone
di Marsiglia che veniva disinvoltamente usato sia per
il corpo che per i capelli.
Entravano in acqua con una
camiciona bianca (corta però fino alle ginocchia e senza
maniche) e con i piedi immersi nell'acqua freddissima che spumeggiava nell'impatto
con i grossi sassi, infilavano il grosso pezzo di
sapone sotto la camicia e si
strofinavano ridendo e ammiccando con bisbigli e occhiatine d'intesa e risatine
a
non finire. Si chiamavano,
si spruzzavano ridendo contente ma la loro genuina
curiosità era tutta per me.
lo non facevo il bagno in
camicia (in quella camicia
larga di tela grossa e ruvida
che, anche bagnata, non aderiva al corpo e non compensava quindi la lunga attesa
degli sguardi avidi in paziente attesa) io avevo il "costume da bagno"!
Le gambe
erano nude e il giovane seno
si delineava spavaldamente.
Certo non era uno dei quei
costumi del giorno d'oggi
che ben poco lasciano all'immaginazione ma era pur
sempre, per quei tempi, audace e - per loro - irraggiungibile. Un giorno l'ho
lasciato
indossare alla Daria che ne
rimase affascinata. Bionda e
ben fatta, con le guance accaldate non smetteva di specchiarsi nel vetro della
finestra e quando, alla fine di
quelle vacanze le ho detto
che poteva tenerlo è diventata rossa rossa, ha abbassato
la testa e, all'improvviso, mi
ha buttato le braccia al collo
dicendomi piano "se spuse
en sior, tel turne!)> (se sposo
un uomo ricco te lo rendo).
Si concedeva così la gioia di
accettare tacitando il suo
ben radicato orgoglio contadino.
Le porte delle cucine delle
varie famiglie erano quasi
sempre aperte; spesso avevano accesso dal portico. Le
ricordo fresche e semibuie;
le donne, spose, madri, nonne erano sempre affaccendate nelle cure dei figli,
degli
animali, dei loro uomini. I
bambini (tanti) non avevano
molto margine per i capricci: sculaccioni frequenti
stroncavano precocemente
le piccole ribellioni e la sberla improvvisa faceva comparire sorrisi divertiti
sulle
labbra di chi, magari da poco, ne aveva schivata una. I
ragazzi cominciavano presto
a "dare una mano". Si alzavano tutti poco dopo il canto
del gallo e ci si coricava
presto. Ma un bel margine
per il ritrovarsi era sempre
garantito. Quasi sempre all'imbrunire, dopo la parca
cena ragazzi, adulti e anche i
più anziani si portavano la
sedia all'aperto; si disponevano in cerchio e mentre
molti ascoltavano, i pochi
che parlavano riuscivano
sempre a catturare l'attenzione. Avvenimenti quotidiani,
per lo più legati agli animali
o al lavoro dei campi. Ma,
sempre attesi, erano i maliziosi commenti sullo sbocciare dei freschi amori,
dei taciti corteggiamenti, delle studiate ritrosie delle fanciulle.
Serate particolari che il ricordo non può rendere più
deliziose. E quando ci si ritirava perché l'ora era giunta
e le zanzare non davano tregua gli sguardi d'intesa erano rivolti, già,
al domani.
Poi... c'era l'evento più atteso e importante: la vendemmia. Tutti sparsi
nelle vigne,
uomini, donne e ragazzi di
tutte le età ci si dava da fare
per staccare i turgidi grappoli che si adagiavano amorevolmente in gerle capaci
che
robusti uomini si caricavano sulle spalle per rovesciarle sul carro. E quando,
stanchi, felici e affamati ci si
accingeva a rientrare, i più
svelti e fortunati riuscivano
a saltare su quel carro per
fare l'ingresso in cascina
cantando a squarciagola.
Nel vasto cortile sassoso le
donne, che non erano scese
tra i filari, avevano approntato il pranzo per tutti. Io mi
divertivo molto ad aiutare
in quella preparazione e perciò sgattaiolavo via per tempo dai campi
per partecipare
a quel rito. Su robusti cavalletti venivano poste lunghe
assi rettangolari che, ricoperte di carta bianca, davano proprio l'idea di un
festoso banchetto.
Piatti, bicchieri, pane e
tante, tante polente frutto del
contributo di tutte le famiglie che ne cuocevano anche
più d'una. Sempre all'aperto
su di un fuoco acceso tra
grosse pietre, un treppiede
di ferro sosteneva la bassa,
larga padella di ferro col
lungo manico nella quale soffriggeva il burro profumato
e salato nel quale venivano
versate le uova per essere
servite con la polenta. Ce ne
erano due per ogni partecipante. Tanta insalata, qualche fetta di salame, la
formaggella fatta in cascina,
qualche fiasco di vino e due
o tre secchi di acqua freschissima (unica cosa di cui ci si
poteva servire a volontà).
Sul finire compariva una
fisarmonica e tra frizzi, punzecchiature di zanzare e risate si inserivano i
cori, timidi
sulle prime e poi, con concorso di tutti, perfino troppo sonori.
Oggi, dolcemente, trascrivendoli ho impreziosito i
miei ricordi; li trasmetto come una fiaba che avrebbe
dovuto cominciare con un
nostalgico, intrigante:
"C'era una volta...".
RENATA MUCCI
CARLIN
Brescia
Gianni Poletti
Nell'articolo: "Alla ricerca della tranquillità"
Rivista "La civetta" N°. 1 Gennaio 2001 <il chiese@libero.it>
Heidegger racconta la favola romana della Cura.
"Un giorno la Cura si recò al fiume e vide della terra argillosa.
Ne prese allora un pezzo e cominciò a plasmarla. Mentre tra sé
pensava che cosa fare, ecco arrivare Giove. La Cura gli chiese di infondere
spirito al blocco plasmato, e Giove la accontentò. Quando però
la Cura volle dare un nome alla sua creatura. Giove
le impose il suo. Mentre i due litigavano, arrivò la Terra che chiese
venisse imposto il suo nome per aver fornito un pezzo del suo corpo. I litiganti
scelsero come giudice Saturno, che pronunciò la sentenza: alla morte
Giove si riprenderà lo spirito, mentre la Terra si riprenderà
il corpo, ma siccome è stata la Cura a plasmare questo essere, sarà
lei a possederlo finché vivrà".
Con questa favola commenta Heidegger i Romani spiegarono perché tutto
ciò che
gli uomini fanno è segnato dalla cura. La cura ci spinge a lavorare,
a procurarci il sostentamento per la vita, ad aumentare la proprietà,
per poter vivere tranquilli e con la paura e l'angoscia: è l'angoscia
esercitata per l'esistenza.
From: "manuela" <manuela1@tiscalinet.it>
C'è una bimba che ride nel prato
e ruzzola tutta contenta
tra una capriola e un saltello fa salti di gioia.
Qualche volta il treno passava anche di qua
era un treno che andava lontano
che buttava fuori tanto tanto tanto fumo
e andava fino in Calabria
fino alle terre bruciate dal fuoco caldo del sole
questa gioia
questa bimba
questo treno
questa terra bruciata
questo sole
...
sono tutti insieme.
Ognuno diventa, a volte senza accorgersene, il sè che decide di essere.
A voi, a noi, alla fedeltà di ricominciare ogni mattina, perché
la strada si fa camminando. Manuela Capolicchio-