From: "Laura Salamero" <lsalamero@hotmail.com>
"Mi hermano", por Rafael Novoa
Premio Faroni de Relato Hiperbreve 2002

MIO FRATELLO

Non ho mai perdonato a mio fratello gemello di avermi abbandonato per ben sette minuti nella pancia di mamma e di avermi lasciato li solo e terrorizzato nell'oscurità a flottare come un astronauta in quel liquido viscoso mentre udivo che da un'altra parte loro se lo mangiavano di baci. Furono i sette minuti più lunghi della mia vita e quelli che alla fin fine hanno detereminato che lui fosse il primogenito e il cocco di mamma. Da allora uscivo prima di Paolo da tutti i luoghi: dalla stanza, dalla casa, dal collegio, dalla messa, dal cinema, anche se questo mi costava la perdita del finale della pellicola. Un giorno mi distrassi e lui uscì in strada prima di me, e mentre mi guardava con il suo sorriso adorabile, una macchina me lo portò via davanti a me.
Ricordo che mia madre all'udire il botto, uscì di casa e passò davanti a me e gridando il mio nome, con le braccia tese verso il cadavere di mio fratello.
Io non l'ho mai tolta dal suo errore.
Rafael Novoa


 

"Maria" <zofu@libero.it>

Rugiada di Luce.

Tra le alte cime viveva un vecchio albero.

Passarono molti anni e due antichi amici si ritrovarono.

Molte cose erano cambiate sulla terra, ma l'antico albero se ne stava ancora li, nella sua fierezza, nelle sue verdeggianti chiome.

I due amici si guardarono negli occhi, poi, insieme, si presero per mano e andarono alla montagna.

Insieme abbracciarono il grande albero. I piedi poggiavano sulla superficie rugosa delle radici e i loro corpi, abbracciavano il grosso tronco.

Le foglie sembravano danzare sotto la volta celeste. Piccoli bagliori, emanati dalle verdeggianti foglie ricaddero a terra dolcemente come pioggia, avvolgendo i loro corpi.

Una grande energia si levò alta, fino al cielo e i loro cuori si riempirono di gioia.

L'immortalità era li. Tempo e spazio si compenetravano. Ogni forma aveva la stessa origine.

I due amici sorrisero.

In quel momento capirono che erano solo ombre di una realtà più elevata e molte volte si erano incontrati sulla terra, in diverse forme.

Guardarono i loro corpi, avvolti da migliaia di luccicanti goccioline.

Si sedettero sotto il grande albero, mentre, nella mente e nei loro cuori scorrevano immagini antiche.

Poi piano, piano come erano venuti, insieme, ritornarono alle loro case.

Ancora oggi, si racconta, che, se si sale la montagna si possa vedere sull'erba sotto il grande albero quella rugiada di Luce

Maria
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Da Liza Fieni

La pioggia

Piove fuori
e se mi ascoltassi
andrei
nuda, il corpo
sotto la pioggia
e assaporerei di questa
la carezza.

mi rinfrescherei
mi purificherei

dei miei desideri
che fanno soffrire.

( Nadia Gosselin)
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LA LEGGENDA DELLE SABBIE

Un fiume, dalla sorgente sulle montagne lontane, dopo aver attraversato paesaggi di ogni genere e forma, raggiunse alla fine le sabbie del deserto.
Come aveva superato ogni altro ostacolo, il fiume cercò di superare anche questo, ma correndo nella sabbia s'accorse che le sue acque scomparivano.
Era comunque convinto che il suo destino fosse di attraversare questo deserto, anche se non c'era mezzo per farlo.
Allora una voce nascosta, che veniva dal deserto stesso, bisbigliò:
"Il vento attraversa il deserto, così può farlo il fiume ".
Il fiume obiettò che si era lanciato con forza nella sabbia con l'unico risultato di esserne assorbito, mentre il vento poteva volare e per questo riusciva ad attraversare il deserto.
"Lanciandoti con violenza come sei abituato a fare, non andrai mai dall'altra parte: potrai scomparire e diventare un acquitrino. Devi lasciare che il vento ti trasporti dall'altra parte, alla tua meta".
" Ma come può accadere ? ".
"Lasciandoti assorbire nel vento".
Il fiume non poteva accettare un'idea simile.
Dopo tutto non era mai stato assorbito prima.
Non voleva perdere la sua individualità.
E una volta persa, come poteva sapere se l'avrebbe mai riacquistata?
"Il vento", disse la sabbia, "Ha questa funzione. Solleva l'acqua verso l'alto, la trasporta oltre il deserto, quindi la lascia ricadere. Cadendo come pioggia, l'acqua diventa di nuovo un fiume".
"Come posso essere sicuro che questo e' vero?"
"E' così, e se non ci credi, non diventerai altro che un acquitrino, e anche in questo caso potrebbero occorrere molti, molti anni, e di certo non sarai mai più un fiume ".
"Ma non posso restare lo stesso fiume che sono ora ? ".
"In nessun caso lo potresti". disse il sussurro.
"La tua parte essenziale viene trasportata lontano e forma di nuovo un fiume. Anche oggi vieni chiamato 'fiume' perché non sai quale parte in te è quella essenziale".
Nel sentire questo, nei pensieri del fiume iniziarono a risuonare echi lontani.
Vagamente, ricordò uno stato in cui lui - oppure era una parte di lui? - era stato portato nelle braccia di un vento.
E ricordò anche - oppure l'aveva fatto ? - che quella era la cosa reale da fare, anche se non necessariamente la più ovvia.
Per cui il fiume affidò il suo vapore nelle braccia accoglienti del vento, che dolcemente e con semplicità lo fece salire verso l'alto e lo portò lontano, per poi lasciarlo cadere delicatamente, non appena raggiunsero la cima di una montagna, molte, moltissime miglia più in là.
E poiché aveva avuto questi dubbi, il fiume era ora in grado di ricordare e conservare in modo più vivo nella sua mente i dettagli dell'esperienza.
Egli rifletteva: "Sì, ora ho appreso la mia vera identità ".
Il fiume stava imparando.
Ma le sabbie sussurravano:
"Noi sappiamo, perché lo vediamo accadere giorno dopo giorno; e perché noi, le sabbie, ci estendiamo senza interruzione dal fiume fino alla montagna".
Per questo è detto che il cammino lungo il quale il fiume della vita deve continuare il suo viaggio è scritto nelle sabbie.

Swami Anand Videha,
gennaio 1990--------

From: "anna" <liza_fieni@yahoo.it>"

NOI SIAMO FIGURE

noi siamo figure
di specchio che un soffio conduce
senza spessore nè suono
pure il mondo dintorno
non è fermo ma scorrente parete
dipinta, ingannevole gioco,
equivoco d'ombre e barbagli,
di forme che chiamano e
negano un senso

(dal poemetto,Giochi a nascondere,in Canti Barocchi e Giochi a
nascondere di Lucio Piccolo di Calanovella,Libri Scheiwiller,Torino,
2001)
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From: "anna" <liza_fieni@yahoo.it>"


Cerco una strada per il mio nome

Passeggio per la strada della nostra giovinezza
e cerco una strada per il mio nome.
Le strade ampie, rumorose le lascio ai grandi della storia.
Cosa stavo facendo mentre si faceva la storia?
Semplicemente ti amavo.

Cerco una strada piccola, semplice, quotidiana,
lungo la quale, inosservati dalla gente,
possiamo passeggiare anche dopo la morte.

Non importa se non ha molto verde,
e neanche propri uccelli.
È importante che in essa possano trovare rifugio
Sia l'uomo che il cane in fuga dalla battuta di caccia.

Sarebbe bello che fosse lastricata di pietra,
ma tutto sommato questa non è la cosa più importante.

La cosa più importante è
che nella strada con il mio nome
a nessuno capiti mai una disgrazia.
(1968)
(Izet Sarajlic)

CERCO UNA STRADA PER IL MIO NOME

Passeggio per la strada della nostra infanzia
e cerco una strada per il mio nome.
………
Cerco una strada piccola, semplice, quotidiana,
lungo la quale possiamo passeggiare… anche dopo la morte.
…….
Sarebbe bello che fosse lastricata in pietra,
ma tutto sommato questa non è la cosa più importante.
……..
La cosa più importante è
che nella strada con il mio nome
succedano a ognuno solo cose belle.

(1968) (Izet Sarajlic)

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From: "Davide <d_demaglie@yahoo.it>" <d_demaglie@yahoo.it>

CUORE

Cuore di luna di vento di mare,
che ascolta il tempo e la sua voce,
si lascia trasportare;
cuore di carta di ferro di cera,
vede ma non guarda, cerca un miraggio
e sogna luce vera;
cuore che non sento, cuore sconvolto
cui parlo senza fine, scosso
dal freddo del suo silenzio:
cuore che spera,
che guarda al cielo e brama questa terra,
nave in corsa che forza la sua vela.

Cuore di ricordo,
di baia di porto
di stella che brilla e riempie la notte,
cuore di pianto,
flutto della sorte; cuore reciso,
cuore di roccia di prato di rose,
s'apre all'incanto che dona uno sguardo,
si scalda alla dolcezza di un sorriso;
cuore insicuro di volo di fuga,
che s'illude di tracciare una riga:
cuore senza forma, linea infinita
che è priva di cerchio,
cuore che dentro ha una vita veemente,
desidera tutto,
non si aspetta niente:

cuore che resta a guardare,
che muove i suoi passi e poi si ritrae,
veste di lutto e non sa rinunciare:
cuore che vive i suoi giorni,
cuore che trema, sorride,
si accorge di amare.


From: acquachiara <acqua-chiara@libero.it>

O GRANDE SPIRITO

La cui voce sento nei venti ed il cui
respiro dà vita a tutto il mondo ascoltami.
Vengo davanti a Te, uno dei tuoi tanti figli.
Sono piccolo e debole.
Ho bisogno della Tua forza e della Tua saggezza:
Lasciami camminare tra le cose belle e fà
che i miei occhi ammirino il tramonto rosso e oro.
Fà che le mie mani rispettino ciò che Tu hai creato,
e le mie orecchie siano acute nel sentire la Tua voce.
Fammi saggio, così che io conosca le cose
che Tu hai insegnato al mio popolo,
le lezioni che hai nascosto in ogni foglia, in ogni roccia.
Cerco forza, non per essere superiore ai miei fratelli,
ma per essere abile a combattere il mio peggior nemico :
me stesso.
Fa che io sia sempre pronto a venire a Te,
con mani pulite e occhi dritti,
così che quando la vita svanisce come luce al tramonto,
il mio spirito possa venire a Te senza vergogna

Invocazione di Yellow Lark , capo indiano Sioux


From: "Maria" <zofu@libero.it>
piccola fiaba

I nove maghi e la piccola pietra
Molto tempo fa, in una terra lontana, viveva una bellissima fata.

Abitava in uno splendido castello di cristallo immerso in verdeggianti boschi.

Nel suo regno vivevano gnomi e folletti.

Tutto era gioia e amore.

La luce si levava altissima.

Un giorno, d'inverno, nove malvagi maghi si radunarono. Non potevano più sopportare tanta bellezza, quella terra andava distrutta.

Si misero a cavallo e partirono alla volta di quella terra incantata.

Il cielo improvvisamente si oscurò, si levò un freddo e gelido vento.

I nove malvagi maghi lanciarono terribili sortilegi.

Distrussero il castello di cristallo, incendiarono il bosco.

Tutti urlavano e correvano. Gnomi e folletti giacevano morti alla base di grandi querce, alcuni furono presi prigionieri.

Gli esseri del bosco non potevano credere a tanta malvagità.

La stessa bacchetta magica della fata fu distrutta e lei piangeva lacrime di ghiaccio.

Poi, improvvisamente tutto finì.

La fata si aggirava nel bosco, c'era un incredibile silenzio, anche gli uccelli non cantavano più sulle cime degli alberi.

Un giorno la fata andò al fiume.Si specchiò nelle fredde acque, le sue lacrime formavano dei grandi cerchi sulla superficie.

Improvvisamente, si ricordò del suo popolo, del bosco, della Luce.

Mise la mano nella sua veste ormai logora ed estrasse una piccola pietra.

Le era stata regalata, molti anni prima, da un essere di luce incontrato sulla montagna.

La fata tenendo la piccola pietra nel palmo della sua mano sorrise.

La pietra si mise a roteare, diventò luminosissima e un incredibile arcobaleno si levò fino al cielo.

Il sole comparve tra le alte cime degli alberi, il vento si placò.

Pian, piano la luce si faceva spazio tra le tenebre, le grandi nubi sembravano sciogliersi sotto i raggi del sole.

La fata guardò la piccola pietra. Un giorno, come per una magia, il suo mondo sarebbe stato ricostruito.

MARIA


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Davide
Canto profano


Tu che risplendi, tu piena di luce.

Mi rechi sogni e magìe di silenzi:
è un palpito di mare
che vive nei tuoi occhi,
nel correre dei giorni
riecheggia il tuo sorriso.

Sei l'aria limpida che annulla il lampo,
la sabbia lieve
rincorsa dal vento,
l'aurora nella notte che mi angoscia.

Tu che risplendi, tu piena di luce.

Nel tuo viso ha sede la gioia:
colori d'allegria,
fuochi di dolcezza dentro il tuo viso.

E stelle cadenti pronte a brillare,
giri di giostra ridendo felici
e aquiloni liberi
che prendono il volo,
bianchi nell'azzurro.

Tu che risplendi, tu piena di luce.

E il cuore dove va, che mentre viaggia
insegue sogni e bagliori segreti,
che si consuma tra dubbi e sorrisi
e cerca i tuoi passi lungo le scale?
E dove vola il tempo e il suo mistero,
e il fiume d'alberi presso la strada
e la corsa dei pedali impazziti:
la curva annuncia l'arrivo consueto,
mentre la pista prolunga l'asfalto
alzo lo sguardo verso l'orizzonte,
dentro il suo cerchio brilla il tuo fulgore.

Tu che risplendi, tu piena di luce.
Davide
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Da: Maria [mailto:zofu@libero.it]
lunedì 24 febbraio 2003
Oggetto: fiaba della sera

L'incontro con Ofu


In una calda giornata di luglio sotto un grande carpino bianco incontrai, un essere.

Mi disse di chiamarsi Ofu, io più tardi simpaticamente lo soprannominai testa pelata.

Ofu mi invitò a chiudere gli occhi ed ad ascoltare le voci del bosco. Sentii gli uccelli, il fruscio delle foglie mosse dal vento poi come in un film ad alta velocità rividi tutta la mia vita. Una grande nostalgia mi avvolse.

Riaprii gli occhi facendo un lungo e profondo sospiro. Ofu mi sorrise sembrava aver capito. Mi strinse la mano e ci sedemmo vicino a un cespuglio di pungitopo.

Ofu non aveva né bocca né orecchie, ma sentiva e parlava più d'ogni altro essere mai conosciuto prima sulla terra.

I suoi grandi occhi neri con riflessi blu sembravano leggermi dentro. La sua pelle era bianca, luminescente, le foglie sembravano specchiarvisi dentro, creando qua e là riflessi verdi.

Mi disse che molti anni fa ero già stata in quei boschi, e anch'io ero una testa pelata.

Avevo grandi poteri, trasformavo la natura e me ne prendevo cura.

Un tempo, disse, mi divertivo a giocare con cellule e sfere luminose e sapevo comunicare con il mondo naturale. Sorrisi stupita e appoggiai la testa sulle sue ginocchia. In quel preciso istante capii di aver già conosciuto, forse in un'altra vita, quell'essere.

Potevi grandi cose con la natura, ma, poco conoscevi degli uomini, continuò Ofu. Così un giorno Dio scelse di mandarti nel mondo della materia.

Lì avresti potuto sperimentare, gioia, dolore e tutte quelle cose a te sconosciute perché troppo lontane dal nostro mondo.

Come un messaggero creare un unione tra il nostro mondo e quello degli uomini.

Quando vaghi nei boschi stai bene perché in un certo modo sei vicina a ciò che eri stata e a ciò che sarai.

Un giorno tornerai ad essere una testa pelata ed io verrò ad aspettarti, qui, vicino a questo cespuglio di pungitopo.

All'improvviso mi accorsi di non aver più la testa appoggiata su le ginocchia dell'essere, ma, su un vecchio tronco. Mi sollevai Ofu era sparito.


Maria

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From: Roman Mazzilli <roman@campogrupal.com>
28/02/03

BORDES


El borde de las tazas

una mujer
se mueve en el denso fluir de sus instintos
sabe quebrar
la cáscara de una intención
una mujer
abarca por fragmentos la totalidad
y nunca es la misma

un hombre
sube al misterio en una extrema progresión
descubre el sentimiento
acorralado en un límite
el resto
lo filtra en el pensar

una mujer
es a la vez su historia
y lo que aún no ha conocido
sabe ordenar lo que no ve

un hombre
arriba al corazón del mundo
en cada vértice de su conocimiento
se instala en lo que ve
y se proyecta

una mujer es todas las mujeres
pero es única
un hombre es todos los hombres
pero es único

un hombre y una mujer
nunca se conocen
saben suponer
saben crear sobre el malentendido
son cada uno
mitad secreto
mitad vacío

un hombre y una mujer
a lo largo de cientos de actos cotidianos
cruzan información
dejan la vida escrita
en el borde de las tazas

cada día se escribe
cada día se lava


Laura Yasan


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